Il limite sottile tra Scienza e Filosofia sembra dissolversi … inesorabilmente
Fin dall’inizio dei tempi l’uomo si è posto alcune domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo e dove andremo una volta che chiuderemo gli occhi per sempre.
Domande difficili che hanno sfidato i millenni, facendo discutere filosofi, scienziati e uomini di fede.
Le domande, come sappiamo, restano invariate nel tempo, mentre le risposte sembrano dilaniarsi a vicenda, creando feroci conflitti. Nascono nuove linee di pensiero, teologie in perenne cambiamento e nuovi paradigmi scientifici che si muovono attraverso i secoli, emergendo con interpretazioni della Realtà, sempre nuove e in eterna evoluzione.
La paradossale differenza tra la staticità oggettiva delle domande, indifferente ai balzi d’umore del Tempo e la trasformazione perenne delle risposte rendono soggettivo e relativo ogni tentativo di spiegazione. Questo è il frustrante aspetto delle indagini conoscitive che l’umanità, nel suo insieme, tenta di proporre.
Dopo millenni di diatribe, guerre di religione e di pensiero, due visioni del mondo sembrano emergere dal mare magnum delle proposte intellettuali, per giocare il ruolo da protagonisti: la visione deterministica e quella indeterministica.
Nel primo caso ci riferiamo a quella linea di pensiero che sostiene la continuità assoluta e universale della Legge di Causa/Effetto affermando, in estrema sintesi, che potendo conoscere tutte le condizioni di partenza di un particolare fenomeno sarebbe possibile prevederne lo sviluppo nei minimi dettagli.
In altre parole sarebbe possibile effettuare delle predizioni assolutamente precise dell’evoluzione di determinate situazioni, conoscendo tutti gli elementi di partenza. Secondo questa visione del mondo tutto risulterebbe essere già prevedibile e determinato nei dettagli. Un mondo senza possibilità di scelta e senza alcuna forma di Libero Arbitrio che possa operare delle opzioni differenti da quelle previste a priori.
La visione deterministica è nata dall’Illuminismo settecentesco. Cristallizzatasi in seguito nel Materialismo scientifico di matrice positivista è ora alla base della Fisica Classica .
La visione indeterministica, a differenza di quella precedente, si basa sulle recenti scoperte della Fisica Quantistica e offre una visione nuova della realtà che comprende, come sostiene il fisico italiano Federico Faggin, due nuovi elementi che la caratterizzano: la Coscienza e il Libero Arbitrio .
E’ forse sconcertante introdurre due termini che appartengono, storicamente, a discipline come religione, psicologia e filosofia. Tuttavia la rivoluzione ideologica, introdotta e generata dai nuovi paradigmi quantistici, ha creato un rovesciamento culturale le cui conseguenze e i cui effetti sono visibili solo da qualche decennio.
Le posizioni di molti scienziati quantistici e filosofi sono note e ne farò alcuni esempi:
Io considero la coscienza come fondamentale, e la materia un derivato della coscienza. Non possiamo andare oltre la coscienza. Tutto ciò di cui discorriamo, tutto ciò che noi consideriamo come esistente, richiede una coscienza. Max PLANK – Fisico quantistico.
Quello della coscienza rappresenta il più sconcertante problema per le scienze della mente. Non c’è nulla che si conosca più intimamente dell’esperienza cosciente, e però niente che sia più difficile da spiegare. In epoca recente tutti i fenomeni mentali si sono lasciati analizzare, ma la coscienza ha resistito ostinatamente. Molti hanno cercato di fornire spiegazioni, ma esse sembrano sempre non essere all’altezza dell’obiettivo. David CHALMERS – Filosofo.
La coscienza non può essere spiegata in termini fisici e nei termini di nessun’altra cosa. Erwin SCHRÖDINGER. Fisico Quantistico.
La necessità da parte degli scienziati di introdurre nelle speculazioni termini come coscienza e libero arbitrio nasce proprio dalle indagini quantistiche che hanno rivelato aspetti della realtà prima inimmaginabili. Lo stesso Albert Einstein si pronunciò contrario alle iniziali osservazioni di questa “Nuova Fisica” che prevedeva percentuali di probabilità sulla determinazione di alcuni parametri riguardanti posizione, velocità o rotazione sul proprio asse di particelle elementari, piuttosto che assolute certezze.
La famosa affermazione di Einstein, “Dio non gioca a dadi” era proprio riferita alla sua personale critica verso le spiegazioni basate sulla probabilità piuttosto che sulla certezza dei dati di laboratorio.
“Ma quello di Einstein era il Dio filosofico, non religioso. Quando anni dopo gli fu chiesto se credesse in Dio, rispose: “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’ordine armonico di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio a cui interessino il destino e le azioni dell’umanità”. Baruch Spinoza, un contemporaneo di Isaac Newton e Gottfried Leibniz, concepì Dio come identico alla natura. Per questo venne considerato eretico e fu allontanato dalla comunità ebraica di Amsterdam. Il Dio di Einstein è indefinitamente superiore, impersonale e intangibile, acuto ma non maligno. È anche fermamente determinista. Per quanto riguarda Einstein, l’ordine armonico viene stabilito nel cosmo grazie alla stretta aderenza ai principi fisici di causa ed effetto. Quindi, non c’è spazio nella filosofia di Einstein per il libero arbitrio: “Tutto è determinato“.
Fonte Web: https://thevision.com/cultura/einstein-dadi/
Einstein era un convinto determinista, una sorta di ponte tra due nuove visioni di una Fisica che stava cambiando pelle.
La Teoria della Relatività aveva sostituito il concetto di Gravità con quello di curvatura spazio-temporale, determinato dalla massa di un corpo. La Terra ruotava intorno al Sole non perché fosse da questi attratta ma perché l’immensa massa solare agiva sullo spazio deformandolo e trasformandolo in una sorta di imbuto con il Sole al centro e la Terra sul bordo che percorre ruotando intorno alla stella.
La Fisica di Galileo e di Newton stava entrando in una fase puramente storica, diventando testimonianza di un tempo che non apparteneva più alla reale concezione del mondo. Tuttavia il determinismo sembrava essere ancora salvo.
Il convegno che propose l’interpretazione più eretica della Fisica si svolse a Copenaghen nel 1927 e vide come protagonisti due autentici geni della Fisica Quantistica: il danese Niels Bohr e il tedesco Werner Heisenberg .
La sconcertante conclusione dell’interpretazione di Copenaghen fu la seguente:
se prendiamo, come esempio, il lancio di un dado, secondo la Fisica Classica noi saremmo in grado, conoscendo l’altezza da cui viene lanciato il dado, la velocità, l’angolo d’inclinazione e tutte le altre possibili variabili, di calcolare il risultato, cioè conoscere a priori quale faccia del dado si poserà sul tavolo: si tratta solo di prevedibili leggi meccaniche.
Per contro l’interpretazione di Copenaghen sostiene che in meccanica quantistica i risultati delle misurazioni di variabili coniugate sono fondamentalmente non deterministici, ossia che anche conoscendo tutti i dati iniziali non sia possibile prevedere il risultato di un singolo esperimento.
In pratica pur avendo tutti i dati possibili non siamo in grado di sapere se, ad esempio un fotone, durante particolari esperimenti, si comporterà come un’onda o come una particella.
Estrapolando da questo contesto unicamente questa ultima affermazione, si potrebbe concludere che in Fisica Quantistica valga un Principio di Indeterminazione in grado di sconvolgere, con le proprie gravi conseguenze, i precedenti paradigmi deterministici.
Tornando alle posizioni deterministiche Einstein nel 1926, rispondendo al fisico tedesco Max Born, uno dei padri della Fisica Quantistica, scrisse:
“La teoria funziona, ma difficilmente ci si avvicina al segreto del Grande Vecchio e comunque sono convinto che Lui non giochi a dadi”.
Born sosteneva: “Il cuore della nuova teoria della meccanica quantistica, palpita in modo casuale e incerto, come se soffrisse di aritmia. Mentre la fisica prima dei quanti consisteva nel fare questo per ottenere quello, la nuova meccanica quantistica sembrava dire che quando facciamo questo, si ottiene quello solo in base a una certa probabilità. E in alcune circostanze potremmo ottenere altro.”
Albert Einstein nel 1927, al congresso di Solvay, affermò che Dio non gioca a dadi. Si espresse in questo modo per contestare i nascenti postulati della Fisica quantistica che mettevano in discussione la validità di alcuni aspetti della Fisica classica.
Neils Bohr, presente al convegno, gli avrebbe risposto: « Einstein, smettila di dire a Dio cosa deve fare! ».
In seguito, lo stesso Bohr, aggiunse: « Da parte sua, Einstein ci chiese scherzando se potevamo credere effettivamente che la Provvidenza divina fosse ricorsa al “giuoco dei dadi”, al che io replicai antichi facendo osservare che già gli pensatori avevano ammonito di essere molto cauti nel definire gli attributi della Provvidenza col linguaggio comune .» Anche Werner Karl Heisenberg, presente in quell’occasione, ricorda la battuta: « Al che Bohr poté soltanto rispondere: “Ma non tocca a noi dire a Dio come deve far andare il mondo. “»
Einstein, come si è detto, accettava con reticenza i nuovi aspetti di un mondo disegnato secondo altre regole. Un mondo che non si spiegava intuitivamente, che sembrava contraddire le fondamenta sulle quali poggiava tutto il castello costruito pietra su pietra da fisici illustri come Galileo, Newton, e tutti coloro che non si erano ancora misurati con quelle bizzarre finestre aperte sulla Meccanica quantistica.
Una Fisica controintuitiva era quanto di peggio, o di meglio ci si potesse attendere dalla Scienza.
Un esempio di concetto stravagante descritto dalla Fisica quantistica venne fornito dall’entanglement. Letteralmente intreccio, ingarbugliamento o identificazione quantistica.
“Entanglement” (in inglese, “groviglio”, “intreccio”) è un termine coniato da Erwin Schrödinger nel 1935 e in meccanica quantistica indica una relazione fra particelle.
È definita da una funzione matematica, che mette in relazione le proprietà delle particelle come fossero un unico oggetto. Il fatto straordinario è che la relazione è indipendente dalla distanza tra le due particelle, ed è influente lo spazio che le divide.
Il fatto più sconcertante è che le due particelle sembrerebbero influenzare una vicenda, comunicando il proprio stato ad una velocità superiore a quella della luce. Questo fenomeno entrerebbe in contrasto con la Teoria della relatività che fissa nella velocità della luce nel vuoto, il limite massimo raggiungibile.
Questa grande e sconcertante osservazione creò una crisi fortissima nel mondo dei fisici degli anni ’30.
Una prima corrente di pensiero fu guidata da Niels Bohr, il grande pioniere della meccanica quantistica. Questa corrente proponeva un concetto assolutamente incredibile: veniva affermato che le particelle nascessero quando osservate e che solo la loro funzione d’onda del sistema fosse reale prima dell’osservazione.
In altre parole affermava che le particelle si manifestassero come tali solamente quando, in fase di esperimento, erano osservate dagli studiosi.
L’unico fatto veramente reale e osservabile era la Funzione d’onda, ovvero un complesso valore matematico ottenuto risolvendo l’equazione di Schrödinger della particella.
Si oppone fermamente a questa visione tre scienziati di grande fama: Albert Einstein, Boris Podolsky e Nathan Rosen. Gli studiosi erano convinti che le particelle nascessero già con le loro caratteristiche ( realismo locale ), in quanto la relatività, come accennato, aveva dimostrato che nessuna informazione poteva trasmettersi istantaneamente, viaggiando più veloce della luce.
L’entanglement, definibile come un fenomeno istantaneo, doveva quindi essere soggetto delle variabili nascoste, a noi sconosciute, le quali avrebbero definito le qualità intrinseche delle particelle prima ancora di effettuare l’osservazione.
Dalle iniziali dei nomi dei tre scienziati, Einstein, Podolsky e Rosen, venne formulato il Paradosso EPR .
La vexata quaestio prese la forma di una vera e propria guerra di intelletti, tuttavia mancavano ancora le tecnologie per dirigere i fatti ed assegnare la palma di vincitore a una delle due fazioni.
Dovremo attendere fino al 1964 quando il matematico John Bell identificò un metodo basato sulle probabilità, chiamato Teorema di Bell. L’oggetto della discussione era comprendere se lo stato quantico delle due particelle correlate tra loro definito “entangled”, fosse tale fin dall’inizio (seguendo l’idea di Einstein, Podolsky e Rosen) o se si rendesse noto solo al momento dell’ osservazione (come nell’ipotesi di Bohr).
A causa di difficoltà tecnologiche, per riuscire a verificare sperimentalmente il teorema di Bell si dovette aspettare fino al 1982, quando Alain Aspect misurò il comportamento di fotoni entangled e validò la teoria di Bohr.
Einstein aveva quindi torto.
Fintantoché le due particelle non vengono osservate, le loro “qualità” rimangono indefinite, ovvero entrambe le particelle, ad esempio, hanno al tempo stesso spin positivo e negativo, secondo il principio di sovrapposizione degli stati. È la sola presenza dell’osservatore ad interferire con il sistema ea calarlo nella “realtà”.
Quando la qualità di una particella cambia, istantaneamente cambia anche quella della sua compagna, indipendentemente dalla distanza tra le due.
Per quanto possa apparire strano o controintuitivo l’entanglement ci permette di conoscere istantaneamente il comportamento della seconda particella, senza assumere per vero che le informazioni tra le particelle viaggino ad una velocità maggiore di quella della luce, ma perché le due particelle fanno parte di un unico campo quantistico.
Una causa esterna come la presenza di un osservatore non altera solo il comportamento della prima particella, ma influenza tutto il sistema, e di conseguenza definisce lo stato quantistico anche della seconda.
Facendo un salto concettuale che ci permetterà in futuro di comprendere meglio il nuovo Paradigma proposto da Federico Faggin, potremmo ipotizzare che sia la coscienza dell’osservatore ad intervenire nell’esperimento per trasformare uno stato di sovraesposizione di due situazioni in una forma di collasso in grado di rivelare la qualità corpuscolare di una determinata particella.
Ben si comprende quale possa essere la portata di una tale concezione e di quanto possa cambiare la visione del mondo introducendo i nuovi concetti della Fisica Quantistica.
Mi rendo conto di aver semplificato in modo imprudente concetti e studi che meriterebbero l’appoggio di formule e dimostrazioni ben più serie e confortanti, ma lo scopo è solamente quello di puntualizzare che la Scienza sta assumendo un volto nuovo, addentrandosi in territori sconosciuti e forse per qualcuno addirittura inquietanti.
Per confermare l’importanza di questi studi aggiungerò che i tre scienziati che hanno vinto il Nobel per la Fisica del 2022: Alain Aspect, John Clauser e Anton Zeilinger sono i fisici sperimentali che hanno dimostrato l’esistenza dell’entanglement.
Un viaggio attraverso due infiniti
Macrocosmo e Microcosmo: i confini dell’Universo
Così Giacomo Leopardi conclude la sua immortale poesia dedicata all’infinito:
…Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Esistono concetti che risultano essere talmente destabilizzanti da farci venire le vertigini. Questi concetti vengono spesso affrontati da filosofi e poeti, perche solo le parole espresse con i colori dell’emotività potranno farci avvicinare al limite estremo dell’umana comprensione, limite che difficilmente i freddi numeri della razionalità potranno farci intendere.
Se tentassimo con l’uso di una buona immaginazione di valutare il cosiddetto raggio dell’Universo, utilizzando il nostro metro come unità di misura, scopriremmo che stiamo parlando di un valore espresso da una cifra con 26 zeri.
Più precisamente 1,42 x 1026 metri. Vale a dire 1,42 x 100.000.000.000.000.000.000.000.000, un valore quasi impossibile da pronunciare.
Per ovviare a questo problema è stata adottata una unità di misura, definita anno/luce che corrisponde alla distanza che percorre la luce in un anno.
Se consideriamo che la luce viaggia a 300.000 Km/secondo… potremo ben comprendere il valore di questa immensa distanza percorsa dalla luce in un anno: 300.000 Km x 365 giorni x 24 ore x 60 minuti x 60 secondi… scopriremo così che in un anno vi sono ben 31.536.000 secondi, che moltiplicati per la velocità della luce di 300.000 Km/sec ci danno una cifra astronomica: 9.460.800.000.000 di chilometri.
9.460 miliardi di chilometri è quindi la distanza che la luce percorre in un anno.
In una scala in cui la Terra avesse un diametro di 1 cm, un anno luce corrisponderebbe a una distanza di 7.423,80 km.
Per non correre il rischio di perdere l’orientamento faremo qualche esempio concreto:
La distanza che ci separa dalla Luna è percorsa dalla luce in 1,28 secondi.
Mentre occorrono circa 8 minuti affinché la luce del Sole giunga sulla Terra.
La luce solare raggiunge Saturno dopo circa un’ora.
La luce di Proxima Centauri, la stella più vicina alla Terra (escludendo il Sole), raggiunge la Terra dopo 4,23 anni.
La nostra galassia, la Via Lattea, ha un diametro di circa 100.000 anni/luce.
La galassia di Andromeda, quella più vicina alla nostra Terra, dista ben 2,5 milioni di anni/luce.
Volendo esagerare con l’immaginazione potremo fare un salto definitivo nell’immensità dell’Universo conosciuto. Senza entrare i dettagli troppo tecnici che appesantirebbero inutilmente il discorso, potremmo considerare che l’intero Universo presenta un diametro di circa 13,8 miliardi di anni/luce. Quindi la luce delle galassie più lontane, che riusciamo ad osservare con i potentissimi telescopi lanciati nello spazio, ha impiegato 13,8 miliardi di anni per giungere fino a noi, viaggiando a 300.000 Km/sec.
Di che distanza stiamo parlando?
Se desiderassimo esprimerla in unità di lunghezza dovremmo moltiplicare 13,8 miliardi (di anni/luce) x 9.460 miliardi di km (la distanza in km di 1 anno/luce).
Le cose in realtà sono molto più complesse a causa dell’espansione dell’Universo. Se l’Universo non fosse in espansione il suo raggio sarebbe effettivamente di 13,8 miliardi di anni/luce, come suggerito all’inizio dell’articolo, ovvero la distanza percorsa dalla luce dal momento del Big Bang.
Ma poiché si sta espandendo, la distanza dell’orizzonte è molto più grande: una radiazione elettromagnetica partita 13,8 miliardi di anni fa che giungesse ora ad un osservatore sarebbe relativa a una sorgente che si è allontanata dall’osservatore stesso. Le ultime stime ipotizzano che lo spazio si potrebbe essere espanso per circa 4,7×1023 km ovvero 46,5 miliardi di anni luce. Dunque il diametro della sfera sarebbe pari proprio a 93 miliardi di anni luce.
https://it.wikipedia.org/wiki/Universo_osservabile
È facile comprendere come questi dati mostruosamente grandi non siano neppure lontanamente immaginabili, parlare di miliardi di anni/luce può solo far venire le vertigini. Tuttavia vorremmo fare una considerazione che potrebbe risultare intrigante: poniamo di osservare una stella che disti dalla Terra 60 milioni di anni/luce. Significa che stiamo ricevendo da quella particolare stella la luce emessa 60 milioni di anni fa.
Ipotizziamo che intorno a quella stella orbiti un pianeta simile alla Terra e che questo pianeta si trovi ad una zona ottimale dalla stella (come la Terra dal Sole), che concede una temperatura compresa tra i -40° e i +60°, all’incirca l’escursione massima presente sul nostro Pianeta.
Se quel particolare corpo celeste fosse anch’esso abitato da creature intelligenti e molto avanzate tecnologicamente e se tali esseri puntassero i propri avanzatissimi ultratelescopi verso di noi… cosa potrebbero osservare?
Osserverebbero la luce emessa dalla nostra Terra 60 milioni di anni fa… quindi se fossero davvero molto avanzati tecnologicamente, non è escluso che potrebbero osservare… i Dinosauri.
la tecnologia avanza in modo esponenziale e noi per primi non abbiamo assolutamente idea di ciò che il futuro remoto potrebbe riservarci.
Questo volo della fantasia non è poi così lontano da una realtà posta in un futuro lontanissimo e sembra dimostrarci che nessuna immagine scompaia per sempre.
Questa osservazione potrebbe apparire sconcertante ma dimostrerebbe, una volta di più, che nell’Universo nulla si perda per sempre, neppure le immagini del passato. Tutto, in realtà, si trasforma. Tutto cambia ma nulla viene perduto.
Ora ci tufferemo nella dimensione dell’infinitamente piccolo, per dimostrare che l’Uomo vive nel mezzo di due infiniti, due dimensioni estreme e difficilissime da immaginare, due dimensioni che, tuttavia, risultano essere assolutamente reali.
Ora dovremmo sforzarci, utilizzando l’immaginazione, di trasformare il nostro telescopio in un microscopio, per tuffarci nelle dimensioni dell’infinitamente piccolo.
Comprenderemo che ciò che consideriamo il nostro mondo, quello a “misura d’uomo”, sia una realtà che galleggia tra due opposti infiniti.
Democrito (Abdera, 460 a.C. – 370 a.C. circa) è stato il filosofo dell’antica Grecia, allievo di Leucippo, annoverato tra i fondatori dell’atomismo.
Per definizione l’atomo dovrebbe essere indivisibile.
Almeno con l’immagi-nazione Democrito lo ipotizzò come la più piccola unità di materia presente nell’Universo.
Alla base dell’ontologia di Democrito c’erano i due concetti di atomo e di vuoto.
Democrito per certi aspetti sostituì l’opposizione filosofica tra essere e non essere, con l’opposizione fisica tra atomo e vuoto. l’atomo assurgeva al ruolo di Essere, il vuoto a quello di Non Essere.
Democrito non diede alcuna misura all’atomo, né ipotizzò la presenza di atomi diversi da un punto di vista qualitativo. Il filosofo greco ebbe il grande merito di supporre l’esistenza di una entità materiale nonostante la sua assoluta invisibilità.
Tuttavia, quello che per noi oggi è l’atomo, non risulta essere la più piccola parte della materia, bensì un aggregato di parti molto più piccole, tenute insieme da forze elettromagnetiche e nucleari.
Dovremo attendere il 22 ottobre del 1934, per ottenere dal gruppo di scienziati di via Palisperna diretti da Enrico Fermi,la scomposizione dell’atomo in alcuni dei suoi componenti.
Ora sappiamo che il raggio di un atomo di Idrogeno, l’atomo più piccolo che esista, è di 1 x 10−8 cm, ovvero un cento milionesimo di cm. Mentre il nucleo, formato da un Protone, è di 1 x 10−13 cm.
La particella più piccola in assoluto è il Neutrino. I Neutrini non fanno parte degli atomi che compongono la materia, sono all’esterno. Rappresentano realmente le particelle indivisibili ipotizzate da Democrito. Sono neutre, cioè prive di carica elettrica e possiedono una massa estremamente piccola.
Sebbene gli scienziati non siano ancora riusciti a misurare con precisione la massa di un neutrino, si stima, potrebbe essere da 100 mila a 1 milione di volte più piccola di quella di un elettrone, che, a sua volta, ha una massa circa 2 mila volte più piccola di quella dei protoni e dei neutroni.
Secondo altre stime che utilizzano la massa come unità di misura, l’elettrone misura 9,1093826 x 10−31 kg e il neutrino 8,913309 × 10−38 kg, quindi un elettrone potrebbe avere una massa di oltre dieci milioni di volte più grande di un neutrino.
Da rilevare che recenti studi forniscono misure molto diverse. https://www.galileonet.it/massa-neutrino-risposta/#:~:text=Oggi%2C%20infatti%2C%20un%20nuovo%20studio,piccola%20di%20quella%20dell’elettrone.
«Guardate il vostro pollice: ogni secondo, giorno e notte, è attraversato da cento miliardi di neutrini provenienti dal Sole», spiega Arthur Loureiro dello University College London, primo autore dello studio che oggi, su Physical Review Letters, riporta il nuovo limite superiore. «Sono “fantasmi” che interagiscono in modo estremamente debole e dei quali sappiamo poco. (Fonte Wikipedia).
In Fisica, il quark ( simbolo q) è considerato la particella elementare più piccola in assoluto, costituente fondamentale della materia, ma viste le sue particolari caratteristiche sarà oggetto di futuri approfondimenti.
Quelle di cui stiamo parlando sono dimensioni che sfuggono alla comprensione e che non hanno nessun riferimento con il quotidiano.
Quando guardiamo le nuvole di polvere evidenziate da un raggio di sole osserviamo oggetti che vanno dal mezzo millimetro a un decimo di millimetro, sotto questo valore le grandezze non sono più intuibili e il nostro cervello si rifiuta di considerarle. Lo stesso smarrimento, come abbiamo visto nella prima parte vale per l’infinitamente grande.
I limiti della comprensione sono forse da attribuire alla limitata capacità fisiologica dei nostri sensi, o a un blocco psicologico, paragonabile ad un senso di vertigine, che ci impedisce anche solo di immaginare dimensioni così vicine ai due opposti infiniti.
Democrito sapeva bene che l’atomo sarebbe sfuggito al controllo dei sensi, la cui essenza poteva cogliersi solo come intuizione dell’intelletto.
La realtà che costituiva gli atomi era per Democrito l’archè, quindi l’essere immutabile ed eterno. Gli atomi erano per definizione particelle microscopiche indivisibili, la cui essenza materiale, come è stato detto all’inizio dell’articolo, avrebbe dovuto opporsi, filosoficamente, al concetto di vuoto.
Tuttavia, visto che la Scienza evolve e si rinnova continuamente, creando nuovi e distruggendo vecchi paradigmi, anche il concetto di Vuoto sta assumendo un significato completamente diverso.
Secondo l’astrofisica, prima dell’inizio della creazione dello Spazio-Tempo, quindi prima del noto Big Bang, esisteva il Vuoto. Ma questa entità si opponeva al concetto di Nulla, poiché nel vuoto cosmico dove si preparava l’evento del Big Bang, esisteva, in potenza, tutto il nostro familiare Universo.
Particelle, antiparticelle, materia, antimateria erano presenti nel vuoto e fluttuavano, annichilandosi a vicenda, senza prendere alcuna forma.
Secondo gli scienziati esisterebbe una particella non ancora scoperta, chiamata Inflatone, Ci riferiamo a un ipotetico campo scalare, (ovvero un campo graduale che muta nello spazio, come ad esempio la pressione o la temperatura in una zona del cielo), e ad una particella ad esso associata.
Tale unione potrebbe fornire una spiegazione per il modello cosmologico inflazionario, secondo il quale si sarebbe verificata una drastica accelerazione dell’espansione dell’universo circa 10−35 secondi dopo il Big Bang.
l’inflatone avrebbe determinato l’espansione esplosiva dell’universo da dimensioni miliardi di volte più piccole di un protone fino a quelle paragonabili a un pallone da football. Da questo evento catastrofico, che avvenne a velocità quasi infinite e di gran lunga superiori a quella della Luce, nacque lo Spazio -Tempo, nel quale è immerso il nostro Universo. Come prescrivono le formule della Relatività Generale, la velocità della luce rappresenta un limite insuperabile nello Spazio -Tempo. Tuttavia quando avvenne l’evento dell’Inflazione che creò il Big Bang, lo Spazio-Tempo non esistevano ancora e i limiti delle Leggi relativistiche non potevano ancora esercitare il proprio potere.
P.s. Voci di corridoio ipotizzano che l’inflatone possa identificarsi con il bosone di Higgs.