APPUNTI SU DANTE
Omaggio al XXXIV Canto dell’Inferno di Dante
Cantai del Suo pensier divina luce,
che nasce nella notte del profondo,
nel punto donde vive chi conduce
all’alto Spirto che trascend’il Mondo.
Il Vate ci portò intr’ all’abisso,
mostrandoci di noi lo lat’immondo,
nel gelo di quel punto, lo più lisso,
ch’il Demone di Luce vi dimora.
E non v’è Amor laggiù, ma buio fisso,
che lo Cocito lento si assapora.
E sulli volti tre color son tinti:
lo Rosso che all’alba si colora,
lo bianco dei baglior di Luce pinti,
che vanno a spirar nel giallo spento,
infine lo color di quell’estinti.
Il Vate ci mostrò precis’intento,
salendo sullo pelo del Malvagio,
montando con lo passo lento lento,
toccando quell’immondo suo patagio.
Lo Duca gli mostrò la rotazione,
da compiere coi piè, ancor più adagio,
al fine ritrovò la posizione,
ch’in vero raddrizzò la sua persona.
Compiuta la magia di dett’azione,
che V.I.T.R.I.O.L. ci presenta com’assioma,
c’indusse a camminar verso la Luce,
nell’oro della sua lucente chioma,
che al Divino Spirto ci conduce.
Parafrasi semplificata:
Dante si trova al centro della Terra che coincide con il centro dell’Universo. Il punto centrale è tutt’altro che caldo… come vorrebbe la Fisica, ma è vicino allo zero assoluto, -273°, dove il gelo impedisce quasi tutti i movimenti. Il Cocito allaga tutta la zona, ghiacciato e livido trasuda sensazioni malvage. Lucifero si trova al centro di quella scena e presenta tre teste di colori differenti. Le teste rappresentano le Fasi dell’Alchimia: Nigredo (Nero), Albedo-Citrinitas (Bianco e Giallo) e Rubedo Rosso.
Il centro della Terra/Universo è freddissimo perchè non alimentato dal calore dell’Amore divino: L’Amor che move il Sol e l’altre Stelle…
Dante grazie all’azione alchemica delle tre Teste/facce di Lucifero (Portatore di Luce iniziatica) riesce a proseguire. Successivamente compie una rotazione (Rectificando) e assume una posizione finalmente retta…
L’acronimo V.I.T.R.I.O.L., ben conosciuto dalla cutura esoterica e massonica, significa: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem… letteralmente: Visita il centro della Terra e dopo aver compiuto una rotazione (raddrizzamento) troverai la Pietra Occulta (Filosofale).
Dante e Virgilio si trovano esattamente al centro della Terra/Universo, compiono una rotazione, si raddrizzano e si dirigono verso la Natural Burella verso la Luce del Purgatorio…
Quindi Dante intende l’Inferno come una parte occulta della propria interiorità, dalla quale potrà riscattarsi compiendo le tre purificazioni alchemiche e il raddrizzamento (Cambiamento interiore) che ne consegue. Passerà dalla zona fredda dove manca la presenza dell’Amor divino e si muoverà prima verso il Purgatorio, quindi verso la Luce del Paradiso, dove al termine del viaggio incontrerà San Bernardo di Chiaravalle, padre spitituale dei Templari, ai quali Dante stesso era molto vicino, essendo un adepto dei Fedeli d’Amore, di derivazione templare.
…Quello che non ci dicono a scuola, relativamente al XXXIV Canto dell’Inferno di Dante.
La Visione del Mondo di Dante
Dante immagina una Terra sferica, allontanandosi già in questo modo dalla cultura di massa. Ipotizza, inoltre, che il demone Lucifero sia precipitato in una zona non troppo distante dalla Groenlandia, creando una voragine conica, il cui vertice corrisponde al centro della Terra e la base l’area vicino a Gerusalemme.
Il cono si formò a causa della caduta di Lucifero: le terre si allontanarono per sfuggire alla presenza del demone e formarono un’isola posizionata nei pressi dell’attuale Antartide. Da quelle terre si innalzò una montagna che sarà identificata con il Purgatorio, sulla cui sommità è collocato il Paradiso Terrestre.
Intorno alla Terra si posizionano 9 cieli: 7 corrispondenti ai Pianeti, dalla Luna a Saturno, quindi l’ottavo cielo (la volta stellata) avvolto dal nono, il Primo Mobile.
L’Universo secondo Anassimene da Mileto ed Empedocle era costituito da Elementii 4: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. Aristotele ne agiunge un quinto: la Quintessenza.
Dante pone gli Elementi Terra e Acqua come costituenti del nostro Pianeta, l’Aria nel Paradiso Terrestre e il Fuoco nel Cielo della Luna. Dal secondo Cielo (Mercurio) fino al Primo Mobile Dante parla di Quintessenza (Etere)
A partire dall’Empireo tutto diviene immateriale. Anche la materia sottile, costituita dalla Quintessenza dei Cieli che vanno dal secondo al Primo Mobile, sembra svanire. L’Empireo, sede della Rosa dei beati vestiti con le bianche stole, non contiene alcuna sostanza materiale. Ancora più in alto, i nove Cori angelici che circondano Dio.
Come si può osservare mano a mano che si sale verso l’Empireo la sostanza della quale è formato il Sistema dell’Universo dantesco si diluisce fino a diventare immateriale: dall’Elemento Terra, il più pesante che contiene la parte grossolana del Mondo, comprendente anche l’Inferno, si “sale” incontrando l’Elemento Acqua, dalla quale emerge l’isola del Purgatorio. Oltre, il Paradiso Terrestre è immerso nell’Elemento Aria, avvolto dal primo Cielo, quello della Luna, che è costituito dall’Elemento Fuoco.
I successivi otto Cieli, da quello di Mercurio fino al Primo Mobile, sono costituiti dall’Elemento più etereo in assoluto: la Quintessenza.
Oltre questo limite non si parla più di materia.
In realtà risulta essere per molti versi difficilissimo ipotizzare la struttura della zona che sovrasta l’Empireo, possiamo solo immaginare con i mezzi che possediamo, un “non Luogo” privo di forma e di sostanza, una presenza di energia infinita e di Amore che circonda e permea tutto l’Universo.
Dante aveva delle profonde conoscenze scientifiche, aveva studiato i greci come Democrito e Ipparco da Nicea. Dal primo ricavò l’idea di una Terra sferica che possedeva una circonferenza accuratamente determinata in 40.500 km, contro i 40.009 km oggi misurati, dal secondo ricavò l’idea della Precessione degli equinozi.
Molti studiosi interpretano le seguenti terzine del Purgatorio come la dimostrazione che Dante conoscesse le stelle del Polo Sud, quindi la Croce del Sud, ed essendo il Purgatorio posto in prossimità del Polo Australe, la prima gente (Adamo ed Eva), trovandosi nel Paradiso Terrestre, alzando gli occhi al Cielo l’avrebbero potuta osservare.
Il Cielo settentrionale era vedovo poiché non poteva godere della bellezza delle stelle della Croce del Sud:
I’ mi volsi a man destra e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!
(Purg. I, 22-27)
Secondo alcuni studiosi, l’intera cosmologia della Commedia è stata costruita, dal Sommo Poeta, sulla precessione degli equinozi, considerando un ciclo di 13.000 anni terrestri, che equivale alla durata di un semiciclo precessionale (il cui decimo è 1300, l’anno di inizio del suo mistico viaggio).
Sulla datazione cosmologica del mondo si deve ricordare che Dante assegna alla storia umana il periodo di 13.000 anni, che è possibile ricostruire raccogliendo importanti informazioni che ci vengono fornite nella lettura di alcuni canti.
LA GENESI DEL MODELLO PRECESSIONALE NELLA DIVINA COMMEDIA – IL COMPUTO DEL CICLO TEMPORALE
Nel canto XXVI del Paradiso, Adamo, che finalmente può incontrare Dante afferma che rimase nel Limbo per 4302 anni dopo essere vissuto per 930 anni;
così pure nel canto XXI dell’Inferno, il diavolo Malacoda afferma che erano trascorsi 1266 anni da quando era crollato il ponte sulla sesta bolgia, a causa del terremoto che scosse la terra nell’ora della morte di Gesù.
Considerando che Adamo vide il sole tornare al suo punto di partenza per 930 volte, cioè visse 931 anni e che il compimento dei 1266 anni dalla frana del ponte della sesta bolgia era avvenuto il giorno prima (per cui Dante inizia il viaggio nell’anno 1267 dalla morte del Redentore), allora sommando il numero di anni che si ottengono da queste informazioni arriviamo a 4302+931+1267=6500 anni, corrispondenti esattamente alla metà del ciclo che Dante attribuisce alla storia umana; del secondo e ultimo periodo di 6500 anni se ne parla nel IX Canto del Paradiso, quando Folchetto da Marsiglia dice: “Questo centesimo anno (il 1300) ancor s’incinqua (1300 x 5= 6500), quindi dovranno ancora trascorrere 6500 anni dall’anno 1300 prima del Giudizio universale. La somma di questi due periodi equivale, con un’approssimazione davvero ragguardevole, alla durata del semiciclo precessionale (13.000 anni contro 12.888 anni).
Saremo a questo punto tentati di supporre che l’Incipit della Comedia fosse da interpretare in modo assai differente:
“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”
Le parafrasi hanno sempre interpretato il “nostra” come un pluralis maiestatis, riferito naturalmente al Sommo Poeta. Tuttavia se il Venerdì Santo del 1300 corrisponde, nella visione dantesca, al giorno posto esattamente a metà della durata prevista dell’Universo, si evincerebbe che “nostra” vada riferito alla Vita di tutta l’Umanità, considerata nel suo insieme… il ché è molto diverso.
Inoltre, ci si potrebbe domandare come avrebbe potuto Dante essere certo che gli sarebbero restati altri 35 anni da vivere, visto che in quel momento era trentacinquenne?
Tutto l’Universo di Dante è mosso da “cause” incorporee, la materia lo costituisce ma l’Intelligenza d’Amore, come si evince dal Convivio, lo muove e lo anima: «È adunque da sapere primamente che li movitori di quelli [cieli] sono sustanze separate da materia, cioè intelligenze, le quali la volgare gente chiamano Angeli »
Chiaramente queste Forze incorporee son Cause Metafisiche che agiscono sulla materia, pur essendo immateriali.
Dante esprime compiutamente nel Convivio una articolata serie di complicatissime congetture astronomiche che tentano di trovare delle giustificazioni matematiche alla complessa meccanica dell’Universo. Dovendo sempre fare i conti con una visione aristotelico-tolemaica che dona al nostro Pianeta una posizione centrale nell’Universo.
Considerazioni sui personaggi più pittoreschi dell’Inferno dantesco.
«”Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo.”»
Inf vv118-123 Canto XXI
Uno tra gli aspetti più comici della Divina Commedia lo possiamo osservare nella descrizione dei diavoli che popolano l’Inferno dantesco.
In realtà si tratta di poveri diavoli, ovvero di creature sfortunate come le loro vittime con le quali sono costrette a condividere un ambiente ostile… per non dire infernale…
I loro nomi, sicuramente pittoreschi, derivano da antichi termini medievali, utilizzati nelle rappresentazioni grottesche di carnevali e altre feste popolari.
Una nota particolare dobbiamo riservarla ad un gruppetto di particolarissimi demoni, presenti nei canti XXI, XXII e XXIII dell’Inferno: i Malebranche.
Il termine Malebranche assurge a ruolo di cognome di quel manipolo di demoni, e, forse non a caso, Malabranca era anche il vero cognome di una nota Famiglia fiorentina…
Questi servi del Male sono deputati a controllare che i barattieri, non cerchino di uscire dalla pece bollente. Muniti di uncini affilati squartano i dannati che tentano di evadere dal lago rovente.
Farfarello, Cagnazzo, Barbariccia, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Lebicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Malacoda e Rubicante, i loro nomi pittoreschi.
Si tratta, come si diceva, di poveri diavoli, umili servitori passivi di ordini superiori e grigi esecutori di disposizioni che disprezzano e soprattutto non comprendono.
Fondamentalmente brutti, neri e cornuti, si contendono il primato della meschinità. Non sono neppure vagamente simpatici, forse solo i loro nomi che in taluni casi, come si è ipotizzato, riprendono quello di alcune Casate toscane, come nel caso di Malabranca, Cagnazzo, Scarmiglione, nomi di famiglie lucchesi evidentemente invise a Dante. Oppure di Graffiacane, simile a Raffacani, Famiglia fiorentina. Altri sarebbero soprannomi fiorentini, come ricorda il Torracca: Falabrina, Lanciabrina, Scaldabrina, Dragondello, Billicozzo… abilmente storpiati per motivi di metrica e non solo.
I diavoli danteschi godono di un evidente sadismo che li spinge ad essere molto zelanti nei compiti loro affidati da Lucifero, il loro Capo.
I diavoli sono contemporaneamente vittime e carnefici. Vittime della scelta fatta a suo tempo, di seguire il Capo, scelta della quale pagheranno in eterno le conseguenze. Sono anche carnefici, ben lieti di eseguire con piacere i deprecabili compiti che permettono loro di trasferire sui dannati la propria rabbia, nonché la rabbia contro il Creatore che li ha puniti.
Due strofe particolarmente curiose e colorite sono declamate da altri diavoli.
Nel Canto VII dell’Inferno, Pluto, ci regala un incipit piuttosto singolare:
“Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,3
disse per confortarmi: “Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia”.
Inf vv 1-6 Canto VII
Di difficile interpretazione, la prima strofa spesso non viene tradotta, o vengono negate le evidenti allusioni all’associazione Papa-Satana…
Invece non dovremmo stupirci più di tanto, visto che Dante di papi all’Inferno non ne mette così pochi…
Una singolare spiegazione potrebbe essere la seguente: papa Satana, papa Satana Aleppe, dove l’ultimo termine è molto simile alla prima lettera dell’alfabeto ebraico “Aleph”, che è associata al concetto di inizio o di primo.
In tal modo non sarebbe difficile interpretare il verso con: papa Satana, papa Satana, sei il primo (dei demoni….).
L’altro celebre verso che ha fatto imbarazzare coorti di insegnanti e divertire legioni di studenti, è pronunciato dal demone Barbariccia alla fine del XXI Canto dell’Inferno. Il capo dei diavoli Malacoda nomina Barbariccia come Capitano della diabolica brigata. Malacoda lo chiama con altri nove diavoli che faranno da scorta a Virgilio e Dante per un tratto della bolgia fino al passaggio su un ponte che poi si scoprirà… inesistente:
“E Barbariccia guidi la decina.”, (Urla Malacoda)
Inf vv120 Canto XXI
…Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
coi denti, verso lor duca, per cenno;
ed elli avea del cul fatto trombetta.
Inf vv136-139 Canto XXI
Così il famoso peto di Barbariccia diventa suono di tromba infernale, regalando al lettore una insolita metafora.
Al passaggio del demone Malacoda, i dannati si nascondono come rane nello stagno di pece bollente al comparire di una serpe, per evitare eventuali colpi di uncino.
Successivamente, nel XXII Canto, Virgilio e Dante vedono da lontano il dannato Ciampolo di Navarra, forse un tale Gianpaolo di Navarra ricco barattiere al servizio di re Tebaldo, che, astuto e privo di scrupoli, fece una brillante carriera, maneggiando denaro e favori per i propri illeciti interessi. Il povero dannato che aveva iniziato un dialogo con il Poeta, era stato quindi afferrato dal diabolico manipolo che iniziava ora a seviziarlo con gli uncini per strappargli la pelle.
“Tra male gatte era venuto il sorco;
ma Barbariccia li chiuse con le braccia,
e disse ”State in là, mentrio l’onforco”.
Inf vv 58-60 Canto XXII
Dante e Virgilio intervengono a fermare Barbariccia e gli altri demoni per poter continuare il dialogo con il malcapitato Ciampolo.
Le dinamiche che seguiranno doneranno una nota di colore macabra e divertente al tempo stesso.
Una figura di maggior peso, che incarna concetti esoterici di indubbio valore, è quella di Lucifero, il Capo assoluto dei demoni e portatore di Luce. In un precedente articolo abbiamo approfondito questi aspetti e vi rimandiamo il Lettore che volesse conoscere queste ipotesi.
La durata della vita della Terra
Riuscire ad estrapolare dei dati certi dall’immensa quantità d’informazioni numeriche, espresse negli endecasillabi danteschi, non è sicuramente cosa semplice.
Oltre alla effettiva difficoltà insita nella decodificazione dei termini nascosti nei vari punti delle tre Cantiche, vi è la confusione data da decine di differenti interpretazioni, spesso falsate da una necessità arbitraria di piegarle ai propri scopi.
Questa confusione è vecchia quanto la Commedia, all’interno della quale si sono sempre volute palesare interpretazioni condizionate dalla mentalità religiosa di matrice cattolica.
Dante Alighieri era un uomo dalla cultura straordinaria, conosceva le reali dimensioni del Pianeta, conosceva le costellazioni dell’emisfero australe e possedeva informazioni astronomiche molto moderne, di probabile origine musulmana.
In un articolo precedente abbiamo visto alcuni passaggi che indicavano l’anno 1300 come il punto centrale della vita della Terra, ovvero il momento che si situa a metà strada tra la Genesi e l’Apocalisse.
Sorvolando benevolmente sulle ingenuità di date che non hanno alcuna concreta relazione con la realtà astronomica, andremo a definire meglio i termini che hanno narrato i vari passaggi che ci portano a queste date.
Riprendiamo un concetto già esposto nella secondo di questi articoli:
Considerando che Adamo vide il sole tornare al suo punto di partenza per 930 volte, cioè visse 931 anni e che il compimento dei 1266 anni dalla frana del ponte della sesta bolgia era avvenuto il giorno prima (per cui Dante inizia il viaggio nell’anno 1267 dalla morte del Redentore), allora sommando il numero di anni che si ottengono da queste informazioni arriviamo a 4302+931+1267=6500 anni, corrispondenti esattamente alla metà del ciclo che Dante attribuisce alla storia umana; il secondo e ultimo periodo di 6500 anni dovrà trascorrere dall’anno 1300, fino al giorno del Giudizio universale.
Il precedente articolo lasciava in sospeso il seguito della congettura dantesca, ora lo riprenderemo.
La risposta la troveremo in Paradiso IX:
D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella; 33
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo. 36
Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia, 39
questo centesimo anno ancor s’incinqua:
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua. 42
Ci troviamo nel Cielo di Venere, ovvero nella zona del Paradiso che è sottoposta alle influenze astrali dell’amore in tutte le sue espressioni.
Cunizza da Romano, sorella del terribile Ezzellino, pur avendo vissuto una vita amorosa sicuramente molto vivace, non risulta mai essersi pentita delle proprie scelte:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
In altre parole Cunizza afferma di trovarsi in Paradiso perchè è stata “indotta” da Venere ad esprimere le proprie pulsioni. Quindi l’Amore carnale, che aveva determinato il tradimento di Paolo e Francesca, tradimento che li ha costretti all’inferno, con Cunizza si manifesta in tutta la sua libertà e leggiadria, in accordo con quanto indotto dal pianeta Venere.
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
Quindi nessun pentimento per i suoi leggadri amori, nessun ripensamento bigotto e tantomeno nessun senso di colpa… era il suo destino… direbbe qualcuno…
questo centesimo anno ancor s’incinqua:
Il verso che indichiamo è stato interpretato in modi differenti da differenti Autori.
Personalmente sposo l’idea che “s’incinqua“, neologismo tutto dantesco significhi si moltiplichi per cinque; naturalmente dovremo stabilire, e quì le teorie fanno a pugni tra loro, cosa debba essere moltiplicato. Il centesimo anno di cui ci parla Dante è l’anno 1300, quindi sembra ovvio che si debba moltiplicare per cinque tale data. Il risultato sarà: 1300 x 5 = 6500.
Oltre, verso 94, compare il nome dell’Anima dell’omo eccellente, alla quale faceva riferimento Cunizza:
Folco mi disse quella gente a cui 94
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
Quindi Cunizza ci potrebbe dire, riferendosi a Folco (Folchetto di Marsiglia), che la fama del trovatore provenzale resterà viva fino alla fine dei tempi… 1300 + 6500 = 7.800 d.C. anno dell’Apocalisse.
Il dato più interessante riguarda la somma degli anni che precedono e che seguono la data del 1300: 6500 + 6500 = ovvero 13.000, esattamente la metà del Grande Anno che corrisponde a un intero ciclo precessionale di 26.000 anni, periodo ben noto a Dante che conosceva Ipparco da Nicea.
Ben sappiamo che le dispute letterarie non si esauriranno con queste spegazioni, ma ritengo più che credibile che Dante avesse voluto introdurre tale data per concludere elegantemente la sua teoria sulla durata dell’Universo.
Una singolare interpretazione diversamente canonica
Il XXVI canto dell’Inferno, uno dei più noti e letti dell’intera Commedia, presenta una figura di antieroe che sembra diventare oggetto di incomprensibili giudizi morali che lo condannano senza appello.
Ulisse è posto all’Inferno, nell’ottava bolgia con il compagno d’avventure Diomede, rei di aver agito come consiglieri fraudolenti…
I due personaggi omerici sono presentati avvolti da una fiamma che si divide in due lingue di fuoco, come a voler simboleggiare la lingua del tradimento, quella biforcuta dei serpenti.
Come in molti altri casi precedenti, e come vedremo successivi, l’alloggiamento di alcuni personaggi danteschi lascia molto perplessi, contravvenendo spesso alle più comuni regole dell’etica e della logica.
Ulisse è condannato per aver suggerito la costruzione del Cavallo di Troia, oggi considerato simbolo di stratagemma geniale a fini militari, e non solo.
“À la guerre comme à la guerre”, ci ricorderebbero i francesi, come per dire che in battaglia tutto è concesso e che si deve agire con quello che si possiede, pur di vincere.
Quindi condannare Ulisse per aver progettato una arma letale, di indubbia efficacia bellica, può sembrare, quantomeno, un’ improbabile giustificazione.
Tuttavia queste evidenti forzature appaiono meno incomprensibili ad una lettura approfondita dei testi: applicando il metodo anagogico è possibile reinterpretare alcuni passi trovando diletto da novelle piccole scoperte.
Molto spesso la posizione delle Anime non rispetta delle accettabili regole etiche, piuttosto potrebbe essere considerata una sorta di necessario stratagemma letterario che consente al Poeta di esprimere comprensione e tolleranza verso le figure che descrive, pur collocandole nei luoghi di massima pena, per eludere possibili sospetti di eresia.
E’ il caso di Farinata degli Uberti, cataro dichiarato e ghibellino, che Dante “deve” inserire necessariamente all’Inferno. Con grande probabilità, lo vedremo in un prossimo articolo, anche il Poeta sposava la stessa fede religiosa, che si armonizzava nella sua comprovata appartenenza alla Confraternita dei Fedeli d’Amore. Se così non avesse fatto probabilmente oggi non leggeremo neppure uno dei suoi versi… I roghi dell’Inquisizione non facevano sconti a nessuno.
Ulisse si trova quindi all’Inferno non tanto per le sue ben note trasgressioni sessuali, o per aver abbandonato definitivamente la povera Penelope in cerca di una Verità e di una Canoscenza che gli mancavano come l’aria che respirava: si trova all’Inferno per una sua invenzione militare.
Successivamente l’eroe omerico racconta, sollecitato da Virgilio, il suo ultimo viaggio che lo porterà a superare le Colonne d’Ercole, un limite invalicabile, una sorta di tabù geografico che divideva le terre conosciute da quelle che venivano indicate con la nota locuzione latina: Hic sunt leones…
Nel brano dantesco che narra questo splendido passo ho voluto evidenziare alcune parole:
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, 103
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”. 142
I termini in grassetto sono quelli che potrebbero prestarsi a evidenziare una differente struttura interpretativa, in grado di far saltare sulla sedia gli accademici e incuriosire, forse, qualche lettore.
Io (Ulisse) e i miei compagni eravamo già in età avanzata quando giungemmo presso le colonne d’Ercole, poste in quel punto per impedire agli Uomini di oltrepassarle. Sulla destra superai Siviglia e alla sinistra lasciai Setta (Ceuta? O la nostra Setta?).
O miei Fratelli che attraverso migliaia di pericoli siete giunti presso l’Occidente ora che non ci resta molto tempo da vivere non vorremo mica rinunciare a scoprire cosa si nasconde oltre questo confine? (Colonne d’Ercole – Mondo senza gente).
Quindi ordinai ai miei Fratelli di riprendere il cammino facendoci uscire con il vento favorevole, non potendo più tornare indietro.
Rivolta la poppa a Levante (quindi andarono verso Ponente), con i remi ci lanciammo verso l’ignoto. Oltrepassato l’Equatore iniziano a vedere le stelle dell’emisfero Australe. Trascorsi quasi cinque mesi dall’uscita dalle colonne d’Ercole ci apparve una grande montagna scura per la lontananza, grande come non ne avevamo mai viste. Subito ci rallegrammo ma un istante dopo venimmo colpiti da un turbine partito da quella montagna, ci disperammo perché colpì la nostra prua. Girammo tre volte su noi stessi poi la poppa si sollevò e la prua affondò, come piacque a Dio, finché scomparimmo tra i flutti.
Una possibile interpretazione di questo passo vedrebbe Ulisse (Dante) rivolgersi ai propri Fratelli (Fedeli d’Amore) invitandoli a uscire dalla Setta. Questa decisione potrebbe essere messa in relazione con il documentato litigio tra Dante (Fedele d’Amore di grado elevato) e Guido Cavalcanti (Probabile Gran Maestro).
Il Mar Mediterraneo diventerebbe il Tempio dei Lavori di Loggia, dove all’Oriente siede il Gran Maestro e all’Occidente sono poste le due Colonne (Jakin e Boaz) che limitano lo Spazio sacro.
Durante i Rituali d’Iniziazione i Fratelli entrano nel Tempio e compiono tre giri rituali in senso orario. Quando si esce, nei rituali di molte tradizioni, il percorso avviene in senso antiorario, “sempre acquistando dal lato mancino“.
Volendo compiere un salto molto coraggioso potremmo anche considerare i cinque mesi, “Cinque volte racceso e tante casso” come il numero che identifica il Grado di Compagno d’Arte, il cinque appunto: essendo presenti nella Confraternita dei Fedeli d’Amore, secondo i maggiori studiosi, un primo Grado di Apprendista, un secondo Grado di Compagno e un Gran Maestro che dirigeva i Lavori. Essendo Guido Cavalcanti il Gran Maestro, Dante e i suoi avrebbero potuto essere al massimo Compagni d’Arte, quindi anche l’utilizzo del termine Frati o Compagni, intesi come sininimi troverebbe una nuova interpretazione.
Leggiamo sul web: a cura di Suania Acampa, Fedeli d’Amore – i ragionamenti critici di Valli e Rossetti – 11/09/2015
“Questi poeti settari s’interessano troppo all’amore dei compagni verso la propria donna, alla sua sincerità e alla sua fedeltà verso l’amata, per essere semplicemente poeti d’amore: in un sonetto, Guido Cavalcanti incarica Dante di indagare se Lapo Gianni sia veramente innamorato, o se finga. Riguardo al sonetto di Cavalcanti, Luigi Valli commenta così: «Se il capo riconosciuto di un’organizzazione segreta dovesse incaricare un adepto di vigilare e di riferire sulla fedeltà e sulla sincerità di un altro adepto non userebbe parole diverse da queste». Guido, così interessato all’amore degli altri suoi colleghi, è stato invece definito dalla critica positiva un semplice intermediario. Lo stesso Guido a cui scrivono poeti da qualunque parte d’Italia, raccontandogli di diversissime donne. Lo stesso Guido che inizia Dante alla setta, colui a cui Dante, non a caso, dedica la Vita Nova”. (Luigi Valli)
Come abbiamo già avuto modo di asserire in precedenza, Guido Cavalcanti ricopriva una importante carica istituzionale presso la Confraternita dei Fedeli d’Amore, Dante sicuramente un posto di grande rilievo.
Torniamo al nostro Ulisse: superando le Colonne d’Ercole, le Colonne del Tempio, escono dal luogo sacro… si lasciano la Confraternita alle spalle… già m’avea lasciata Setta.
e volta nostra poppa nel mattino
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Percorrono un lungo tragitto, al termine del quale la loro imbarcazione compie tre giri in senso antiorario, al quarto si perde tra i flutti.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
Immaginare che Dante abbia voluto rappresentare l’uscita dalla propria Setta, ovvero l’Ambiente iniziatico che lo aveva accolto alcuni anni prima, quando scrisse la “Vita Nova”, ovvero la Nuova Vita nella Confraternita dei Fedeli d’Amore, può apparire suggestivo e sicuramente degno di ulteriori approfondimenti.
Il Livello Anagogico o Esoterico appare molto spesso nebuloso o di difficile interpretazione, al pari di un metalinguaggio deve proteggere chi scrive e rivolgersi unicamente a coloro che leggendo possano comprendere.
Non dovremo mai dimenticare che l’Inquisizione analizzava puntualmente ogni scritto e ogni pubblicazione e nella migliore delle ipotesi metteva, come nel caso di Dante con i “De Monarchia”, i libri all’indice… nel peggiore dei casi intervenivano i paludati boia che accendevano le pire per compiere dei cristianissimi delitti.
Altri approfondimenti seguiranno in futuro per proporre nuove speculazioni o per tentare di comprendere molte contraddizioni, più o meno palesi.
I significati occulti dell’Opera del più grande Poeta della Storia italiana, il cui settecentesimo anniversario dalla morte cade il 14 settembre del 2021, sono fonte di grandi approfondimenti e rivisitazioni, ma sono soprattutto fonte di assordanti silenzi.
Che Dante non piacesse alla chiesa del suo tempo è fatto noto, lo dimostra il famosissimo “Libro del chiodo”, custodito ancora oggi nell’Archivio di Stato di Firenze.
Il volume, autentico monumento della storia fiorentina, si presenta con una veste minacciosa, addirittura inquietante, con un chiodo ancora impresso sul piatto anteriore del libro, altri chiodi sono andati perduti.
Il testo contiene copia delle registrazioni dei bandi comminati contro i Ghibellini e i Guelfi Bianchi, colpevoli di ribellione contro il Comune ed espulsi dalla vita politica.
Tra i nomi figura anche quello di Dante Alighieri, dichiarato colpevole di baratteria, ovvero di appropriazione indebite compiute durante il periodo del suo priorato (1300), di aver complottato contro Carlo di Valois e il Papa e contro il pacifico stato di Firenze e della parte Guelfa, altre condanne infamanti riguardavano la sua vita privata e i suoi affari.
Il valore del Libro del Chiodo è legata alla sentenza del Podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio che il 27 gennaio 1302 gli comminò l’esilio e la condanna capitale.
Se da un lato l’esilio fu per Dante il peggiore dei mali possibili per il resto dell’Umanità risultò essere la grande opportunità che permise al Poeta di scrivere la Comedia.
Nei primi sei secoli dalla sua morte, Dante, non fu mai particolarmente apprezzato dalla Santa Romana Chiesa, e già nel XIX secolo alcuni grandi poeti come Pascoli e Foscolo iniziarono ad ipotizzare l’esistenza di un quarto livello di comprensione della Commedia, che potesse emergere saltuariamente tra un verso e l’altro, senza incuriosire più di tanto le ottuse menti di troppi critici.
Solamente con l’Enciclica “In Preclara Summorum”, il Pontefice Benedetto XV, nel 1921, durante le celebrazioni del VI centenario dalla morte del Poeta, intese affermare l’intima unione di Dante con la Cattedra di Pietro.
Con queste parole il Papa si espresse a proposito:
“In primo luogo poiché il nostro Poeta durante l’intera vita professò in modo esemplare la religione cattolica, fece sua la dottrina scolastica di San Tommaso d’Aquino e fu attento conoscitore della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa.
Tutta la Commedia, infatti, non ha altro fine che glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio.
Nel poema sono espresse le verità fondamentali della Chiesa Cattolica, così da renderlo un “compendio delle leggi divine”: Dio Uno e Trino, la Redenzione operata nel mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, la somma benignità e santità di Maria Vergine Madre, la gloria dei santi, etc….”.
“È Dante stesso”, ci ricorda il Pontefice, “a manifestare la sua comunione con la fede e la Chiesa: il solo che detta è Dio”.
A proposito dei noti attacchi contro la Chiesa del tempo, Papa Benedetto XV giustifica il Sommo Poeta: “Chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero?”.
Quindi solo da circa un secolo la memoria del Poeta è stata ufficialmente riabilitata dalla Chiesa.
Sempre estremamente orientati verso una declinazione cattolica dell’Opera dantesca, furono i Papi, Paolo VI e Benedetto XVI, che interpretarono certe intuizioni teologiche del Poeta, come il passaggio dalla selva del peccato verso la Rosa Mistica della santità.
Tuttavia, sotto le braci apparentemente spente dei focolari di coloro che indagavano sul significato Anagogico dell’Opera dantesca, rimase sempre acceso il desiderio di vedere la Verità attraverso la metafora, il simbolo e la parola dei molti versi, apparentemente misteriosi o incomprensibili.
A titolo di esperimento letterario, ho prodotto un gruppo di cinque canti in stile dantesco, ipotizzando che l’Autore fosse l’Alighieri, un Alighieri libero di scrivere terzine in endecasillabi dai contenuti rigorosamente eretici…
L’esperimento, un gesto di consapevole follia, ha come unica pretesa quella di ipotizzare l’ipotetica esistenza di versi che potessero dimostrare la validità delle interpretazioni “diversamente canoniche”.
Le eresie ed il Pensiero del divino Poeta
Dante era Cataro?
Prosegue l’analisi delle possibili “frequentazioni” del più conosciuto poeta italiano.
Secondo moltissimi studiosi, sicuramente invisi o dimenticati dalla critica ufficiale, Dante apparteneva ad un Gruppo iniziatico di derivazione templare, noto come Fedeli d’Amore. Di questa “discussa” appartenenza parleremo in seguito, ora vorrei focalizzare l’attenzione su un’altra presunta adesione del Poeta, ovvero alla cosiddetta eresia catara.
Come sappiamo il catarismo è stato il più importante movimento religioso medievale. La sua durata si sviluppò tra il X e XV secolo, assumendo varie denominazioni che rappresentavano altrettante sfumature della stessa radice religiosa: Bogomili, Albigesi, Pauliciani, Patarini… Presenti in Europa in Bulgaria, nelle Fiandre, in Germania e Francia meridionale. In Italia si sviluppò soprattutto al settentrione, in particolare Toscana e Lombardia.
I piemontesi ricorderanno la strage di Monforte, perpetrata dall’Inquisizione ai danni di inermi Catari che vennero bruciati a Milano.
A proposito di questo fatto, le cronache raccontano che dopo aver scoperto un gruppo di Catari, presso il castello di Monforte d’Alba, nella Diocesi di Asti, un loro rappresentante fu interrogato da Ariberto d’Intimiano, vescovo di Milano.
I poveretti vennero condotti nella città lombarda in una zona ancor oggi conosciuta come Monforte, dove furono eretti un grande crocifisso e un rogo.
Venne loro offerta una scelta e quasi tutti, compresa la contessa Berta, piuttosto che tradire la propria fede, decisero di sacrificarsi dirigendosi verso il rogo.
Questo avveniva nel 1031.
In cosa consisteva tale eresia? Semplificando molto declineremo alcuni punti piuttosto significativi:
I Catari non riconoscevano l’autorità della Chiesa di Roma, ponendosi essi stessi come i rappresentanti della Chiesa Buona, la Chiesa d’Amore, la vera Chiesa di Cristo.
Non riconoscevano i sacramenti.
La loro dottrina era fondata rigorosamente sui Vangeli.
Alla luce di tutto questo, stabilire se Dante fosse realmente Cataro non è cosa semplice. Alcune indicazioni ci provengono dai suoi stessi scritti e dalle sue frequentazioni.
Andando per ordine:
Dante nel sesto Cerchio infernale, quello degli eretici, incontra Fra Dolcino, e accenna ai Templari, che furono definitivamente soppressi nel 1312 con l’accusa di eresia.
Tuttavia, tenendo conto che in Toscana la percentuale di Catari superava quella dei Cristiani, appare decisamente curioso che Dante non ne faccia alcun cenno.
Farinata degli Uberti, il noto condottiero che ha portato i Ghibellini alla vittoria di Montaperti, contro la compagine Guelfa, è trattato con parole di grande elogio, viene visto da Dante come personaggio positivo, un personaggio per il quale il Poeta mostra rispetto e ammirazione.
Farinata degli Uberti, Ghibellino, era un Cataro e come tale venne condannato dalla Chiesa di Roma con discutibile tempestività… nientemeno che 19 anni dopo la sua morte, nel 1283.
Dopo la condanna venne riesumata e bruciata la sua bara e venne perseguitata la sua famiglia che aveva aderito anch’essa al Catarismo. Eppure Dante tace su questo fatto e lo pone nel sesto cerchio, girone degli eretici…. definendolo nientemeno che Epicureo…
Queste “incomprensibili scelte letterarie” si possono spiegare unicamente ipotizzando che Dante fosse finito nell’occhio dell’Inquisizione in quanto Guelfo Bianco, o come lo definisce Foscolo un Ghibellino, un Ghibellin fuggiasco.
In tal caso la sua prudenza gli impose di non nominare mai le parole Cataro o Catarismo, né, tantomeno, di accennare che lo fosse Farinata. Al noto condottiero Dante conferisce rispetto, stima e onori, lo condanna per qualcosa che nulla c’entra con la realtà delle cose (Epicureismo) e lo colloca in un Inferno che per molti versi non coincide con quello cristiano.
Molto diverso è il giudizio che Dante stesso esprime verso Filippo Argenti… i due dannati sono separati dalle mura della città di Dite, Argenti è fuori le mura e Farinata all’interno:
- Spirito maledetto era l’Argenti
- Magnanimo è Farinata.
Oltre a Farinata anche Guido Cavalcanti professava la religione catara, ma di quest’ultimo parleremo in un prossimo articolo, dove analizzeremo l’appartenenza di Dante ai Fedeli d’Amore.
Un testo ottimamente forgiato e ricco di imperdibili spunti è stato pubblicato da Moretti & Vitali: “Libertà va cercando” – Il Catarismo nella Commedia di Dante, a firma di Maria Soresina (2013).
L’Autrice, con grande competenza e una buona dose di coraggio, si discosta dalle interpretazioni canoniche, proponendo nuove ipotesi di lavoro, credibili e ben documentate. Si tratta di un testo adatto a chi desideri leggere la Commedia con occhi nuovi, senza imposizioni di carattere teologico.
Tornando alla tesi relativa al Catarismo di Dante, un importante suggerimento ci viene offerto da un noto dialogo tra il Poeta e Stazio, relativo all’Anima e allo Spirito.
In una dettagliata analisi del XXV canto del Purgatorio, il poeta latino Stazio spiega a Dante quello che avviene nella formazione del corpo del nascituro: l’Anima si forma in un primo momento, mentre lo Spirito viene insufflato direttamente da Dio al momento della nascita.
Il “distinguo” corpo – Anima – Spirito, era di origine gnostica e assunto dalla religione Catara.
Nel 1311-12, durante il Concilio di Vienne, proprio mentre Dante componeva i suoi versi, fu condannata come eretica l’interpretazione che stabiliva una presenza di Anima e di Spirito, e venne assunta l’interpretazione di Tommaso d’Aquino che considerava i due termini sinonimi.
Dante, con le parole di Stazio, assume la posizione dei Catari che mantenevano ben ferma la distinzione tra i due termini.
Stazio, nel suo discorso passa dalla nascita alla morte.
Quando l’uomo muore questa alma sola porta con sé la componente umana e quella divina (Anima e Spirito):
…Solvesi da la carne, e in virtute
Ne porta seco e l’umano e il divino… Purg. XXV 80-81
Ancora più facile è il passaggio Catarismo – Reincarnazione.
I Catari credevano alla reincarnazione, Dante era Cataro (?) quindi Dante credeva nella reincarnazione…?
Dante non lo esprime direttamente ma ci sono molti segnali che sembrano indicarlo con cauta certezza.
Anche questo aspetto sarà approfondito in un prossimo articolo.
L’ipotesi reincarnazionalista, ardita e sicuramente eretica oltre misura, poggia le proprie basi su alcune considerazioni generali che sembrano avere una buona dose di credibilità.
Prima di affrontare nel dettaglio tale complessa ipotesi di lavoro, dovremo esprimere alcune considerazioni iniziali.
Dante era sicuramente un seguace della Religione Catara, i Catari credevano nella reincarnazione… il sillogismo si propone in automatico.
La nota Pena del Contrappasso sembrerebbe esprimere il concetto di Giustizia Karmica meglio di qualunque altra trovata intellettuale. Le pene sono sempre messe in relazione con i peccati dei dannati dell’Inferno o con quelle dei peccatori in fase di purificazione del Purgatorio.
Nell’Inferno sono presenti i diavoli che fungono da biechi aguzzini, nel Purgatorio vi sono Entità angeliche che osservano i peccatori in fase di espiazione.
La cosiddetta Pena del Contrappasso a volte può apparire di difficile interpretazione, altre volte risulta essere chiara e intuitiva. Alcuni esempi potranno, forse, far luce su quanto stiamo indagando:
Siamo nell’Antinferno, terzo Canto, Dante incontra le prime anime dei dannati: gli Ignavi.
Sono coloro per i quali il Poeta prova un profondo disprezzo, sottolineando che hanno trascorso le loro inutili vite senza assumere mai una posizione precisa. Si tratta di poveretti talmente miserabili che sono rifiutati da Dio e persino dal demonio in persona. Ben si comprende che Dante sia disgustato dalla loro presenza, li descrive ignudi che seguono uno stendardo privo di simboli che sventola in ogni direzione, tormentati da insetti e vermi, poiché nessun demone vuol prendersi la briga di punirli.
Per Dante non meritano neppure l’attenzione dei diavoli.
In questo caso il Contrappasso è abbastanza chiaro: chi non ha mai sposato una causa o una ideologia, ma si è sempre tenuto lontano da qualsiasi posizione per tutelare se stesso o peggio, per pura viltà, ora è costretto a seguire una bandiera senza nome, tormentato da immonde creature che li seviziano senza pietà.
Come sappiamo Dante incontrerà Pietro da Morrone, incoronato Papa Celestino V nel 1294, il papa che rinunciò presto al proprio Mandato. Altro peccatore incontrato dal Poeta in questo girone è Ponzio Pilato. Questi noti personaggi storici pagano per le proprie indecisioni e per non aver voluto onorare degnamente il Mandato che era stato loro affidato.
Dante prosegue entrando nel secondo cerchio, quello presieduto da Minosse, il luogo dei Lussuriosi: incontra Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena di Troia … ma i due peccatori più noti e amati sono sicuramente Paolo Malatesta e Francesca da Rimini.
Un fatto rilevante che ci induce a porre delle domande lo troviamo nei versi che li riguardano:
Ed elli a me: “Vedrai quando saranno 76
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.
Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.
Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;
Inferno Canto V
Comunemente è detto che Paolo e Francesca siano uniti in un vortice di vento, “amor che i mena”, che li trascina in un turbine simile (contrappasso) a quello della passione che li ha coinvolti in vita, nel peccato di lussuria e di tradimento dei parenti.
La bufera infernal, che mai non resta, 30
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Inferno Canto V
Maria Soresina, nel suo testo “Le segrete cose” Moretti e Vitali 2010, ci suggerisce che la vera colpa di Francesca sia stata quella di aver sottomesso la ragione al sentimento.
Francesca dichiara di non essersi saputa assumere la responsabilità del proprio gesto e probabilmente non è ancora consapevole del suo atto. Francesca colpevolizza gli altri: colpevolizza l’amore contro il quale non si può far nulla (ch’a nullo amato amar perdona…), se la prende con il “libro galeotto” e con il marito che l’ha uccisa.
Dante ci dice che il vortice che travolge Paolo e Francesca è un vortice d’amore autentico, ma è anche bufera infernale, quindi si tratta di un aspetto dell’amore di natura più bassa che offusca la mente e rende gli amanti inconsapevoli.
Volendo fare un paragone azzardato, ma non troppo, con il testo induista della Bhavagad-Gita, potremmo affermare che l’amore di Paolo e Francesca appartenga alla Radice più bassa,(Tamas), che lega la Natura dell’Uomo (Prakriti) alle qualità umane più misere (negligenza, indolenza e inerzia).
Quindi la vera colpa dei due amanti è stata quella di non essere stati consapevoli del proprio gesto, trascinati com’erano da un vortice di passione…
Potremmo chiederci ma se fossero stati consapevoli? Se il loro rapporto si fosse consumato nel pieno possesso delle facoltà razionali, sarebbero comunque stati condannati da Dante?
Una risposta potrebbe fornircela Dante stesso quando pone in Paradiso sia Cunizza da Romano, sorella del tiranno Ezzellino da Romano, definita dalle cronache del tempo una grande meretrice, sia la prostituta biblica Raab.
Cunizza, parlando di se stessa nel IX Canto del Paradiso racconta:
D’una radice nacqui e io ed ella: 31
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
Paradiso Canto IX
Cunizza non si pente dei suoi molti amori, anzi prova solo una piacevole indulgenza e non emerge nessun ricordo sgradevole, né rimpianto, né pentimento alcuno. Pur comprendendo che molti potrebbero scandalizzarsi per le sue parole, lei non ricorda di aver peccato.
Questa estrema presenza della sua mente e la precisa consapevolezza di aver sempre agito in piena coscienza possono spiegare la sua atipica collocazione in Paradiso.
Un’altra figura positiva che troviamo in Paradiso è la prostituta Raab.
Or sappi che là entro si tranquilla 115
Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si sigilla.
Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
del trïunfo di Cristo fu assunta.
Paradiso Canto IX
Raab sembra essere stata una grande meretrice, anzi la più attiva di Gerico. Eppure è descritta da Dante come l’anima più splendida del terzo Cielo…
Compì un gesto eroico proteggendo due spie mandate da Giosuè e permettendo loro di fuggire con le preziose informazioni, che permisero poi a Giosuè di distruggere Gerico. Tuttavia avrebbe perlomeno potuto transitare un po’ di tempo in Purgatorio… si chiedono in molti.
Evidentemente Raab era consapevole!
Come locandiera o come prostituta deve essere stata sempre coerente con i dettami della propria coscienza e, con il gesto politico che ha donato la vittoria agli Israeliti, si è guadagnata una buona posizione nei Cieli.
Proseguiremo in seguito analizzando altri esempi relativi alla pena del Contrappasso, e non solo, per verificare alcuni elementi che potrebbero farci ipotizzare una propensione dantesca verso la teoria della Reincarnazione.
Proseguono le considerazioni relative alla presunta adesione di Dante alla Teoria della Reincarnazione
Nell’articolo precedente abbiamo visto, sebbene in modo sicuramente incompleto, che vi sia una certa affinità tra il concetto di Pena del Contrappasso e Legge Karmica.
Ovviamente queste poche considerazioni non ci consentirebbero di attribuire al Poeta la sua adesione alla Teoria della Reincarnazione, quindi analizzeremo altre ipotesi relative a questo affascinante argomento.
In tutte le dottrine gnostiche si ritiene che vi sia una netta separazione tra Anima, Spirito e Materia. In seguito alla “Caduta” alcune particelle di Spirito sarebbero state intrappolate nella materia, rappresentata dal corpo degli umani.
Il percorso gnostico parte dalla Caduta adamitica e termina con il Ritorno al Padre (Reintegrazione).
Tuttavia la purificazione necessaria per poter ottenere la Separazione definitiva non viene praticamente mai raggiunta in una sola vita, occorrono più esistenze sul Piano terreno per poter purificare l’Anima e rendere finalmente lo Spirito libero di ascendere al Piano superiore.
Riporto l’ introduzione Franco de Pascale, a “Studi Manichei e Catari di Deodat Rochè”:
“Il catarismo possedette la conoscenza, propria alla gnosi paolina e al cristianesimo primitivo, della triplice costituzione dell’uomo in Corpo, Anima e Spirito, conoscenza ripudiata considerata eterodossa dal Concilio di Costantinopoli dell’869. Questa distinzione tra Anima e Spirito viene drammatizzata nel mito della caduta dell’Anima nella condizione siderea, propria ad un Paradiso celeste, nel baratro di un’oscura terrestrità materiale e della sua separazione dal proprio Spirito.
L’Anima viene gettata nel vortice oscurante della generazione animale. Questa ruota o ciclo delle generazioni è un umiliante servaggio che può essere spezzato solo dalla folgorante gnosi trasfiguratrice e salvifica, che è sapienza d’amore perché restituisce l’Anima salvata all’abbraccio del suo Spirito, in un connubio che rappresenterà per essa il mysterium magnum delle nozze spirituali, e che ricostituirà il vivente Androgine celeste, smembrato e ucciso dalle Potenze delle Tenebre.
La Katharsis o purificazione catara doveva essere triplice:
spirituale, animica e corporea, ed aveva come mèta la progressiva spiritualizzazione dell’uomo intero, che culminava nella nascita, o rinascita, dell’uomo interiore in quel corpo celeste o corpo di gloria del quale parla la gnosi paolina. L’arcano del mysterium di queste Nozze Mistiche di luce e amore verrà cantato con accenti mistici nella letteratura del Santo Graal, in quella trovadorica occitana e provenzale, e nella mirabile poesia dei Fedeli d’Amore”.
Se risulterà esatta l’ipotesi di molti studiosi che Dante fosse cataro si potranno spiegare alcuni enigmatici concetti del discorso di Stazio enunciato nel Purgatorio.
Dante nel XXV del Purgatorio, nel girone dei golosi osserva i poveretti che non potendosi nutrire dimagriscono visibilmente e domanda a Virgilio e Stazio:
Allor sicuramente apri’ la bocca 19
e cominciai: “Come si può far magro
là dove l’uopo di nodrir non tocca?“.
Purgatorio XXV
La domanda è lecita, se quei poveretti non possiedono un vero corpo di carne come può essere possibile che dimagriscano? La medesima domanda viene fatta a proposito del dolore delle pene infernali e del Purgatorio.
Maria Soresina si esprime a riguardo: “…a Dante premeva affrontare il problema per poter esporre la sua idea – che è poi quella dei Catari – che la purificazione avviene attraverso la reincarnazione. E doveva partire dalla formazione dell’uomo nel grembo materno, perché solo così avrebbe potuto dire, per quanto in modo velato, che la forma novella che l’Anima riceve dopo la morte è un nuovo corpo umano in carne ed ossa”.
Stazio, il poeta incontrato da Dante nel Purgatorio, afferma che l’anima esce dal corpo e da sé va verso l’Inferno o verso il Purgatorio. Giunta a destinazione (Inferno o Purgatorio) la Virtù Formativa, che è la capacità di dar forma all’essere umano nel ventre materno, irraggia così e ne le membra vive… e crea una forma novella che segue l’anima nei suoi spostamenti.
La Soresina commenta che le parole di Stazio non avrebbero alcun senso se fossero riferite a un corpo non composto da carne ed ossa:
Però che quindi ha poscia sua paruta, 100
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
Purg. XXV 101-102
In sintesi la Ricercatrice sostiene che se la Virtù formativa riesce a creare anche gli organi di senso significherebbe che si stia parlando di un nuovo corpo fisico a tutti gli effetti, quindi di Reincarnazione.
In realtà Dante parla di un corpo aereo che è visibile ma non ha consistenza.
Tosto che loco lì la circunscrive, 88
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.
E come l’aere, quand’è ben pïorno,
per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;
così l’aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch’è in lui suggella
virtüalmente l’alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là ’vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
Purgatorio XXV
La descrizione dantesca sembra ricondurci ad un preciso concetto gnostico, peraltro condiviso dalla religione catara.
Massimo Cogliandro espone alcuni concetti estratti dalla dottrina manichea: https://digilander.libero.it/maximusmagnus/Gnosi/spirito.htm
A dire il vero, la dottrina manichea dello spirito, al contrario della moderna spiritologia scientifica, porta alle estreme conseguenze le conclusioni derivanti dalla scoperta dell’esistenza del perispirito: lo spirito del corpo (perispirito) è una realtà vivente costituita da una sostanza che ha tutte le caratteristiche tipiche della materia, cioè l’estensione nello spazio, la durata nel tempo, la sua tensione verso il molteplice e il sensibile.
In una parola, il perispirito per il fatto di essere costituito da una sostanza corporea, sia pure di tipo energetico o “fluidico” come direbbe la moderna spiritologia, è soggetto ai limiti della concupiscenza tipici di tutte le realtà materiali.
Il ruolo del perispirito tanto nella gnosi e nel manicheismo quanto nella moderna spiritologia scientifica è quello di mediare il legame di quella goccia di luce divina (nous) che è l’anima ad una realtà limitata e condizionata dalle leggi dello spazio e del tempo, come quella del corpo.
In un frammento manicheo rinvenuto a Turfan infatti troviamo scritto:
“Allo stesso modo e alla stessa maniera in cui l’argento è legato al rame, così l’anima è legata alla forza e alla corporeità del corpo (cioè alle ossa, alla carne, alla pelle al respiro […] e agli escrementi), mediante i vincoli dello spirito [del corpo…]” (Fr. M 9 di Turfan, ed. Andreas-Henning II, pag. 300).”
Quindi è possibile che nel discorso di Stazio, Dante, possa ave preso in considerazione il concetto manicheo di Perispirito, ovvero di quel corpo sottile (arcobaleno come lo definisce il Poeta) che media tra Anima e Corpo. Permetterebbe all’Anima di provare sensazioni di tipo fisico (organar) fintantoché non sia possibile trovare un novello corpo in cui rinascere per proseguire il percorso di purificazione.
Tale percorso terminerebbe solo quando l’Anima completamente svincolata dal vizio potrà liberarsi dal Perispirito, che si dissolverà come si è dissolto il corpo fisico, per unirsi e fondersi nella componente puramente spirituale (Spirito) e fondersi nel divino.
Personalmente ritengo che sia improbabile che Dante abbia descritto nei dialogo con Stazio la metafora della Reincarnazione, nel senso classico come viene inteso da alcuni ricercatori (Soresina), piuttosto vedo l’espressione molto lucida del concetto manicheo di Perispirito che si lega all’Anima dopo la morte e che l’accompagna alla ricerca di un nuovo corpo nel quale reincarnarsi per proseguire il proprio viaggio di purificazione.
I Manichei che ebbero in Manete (216-277 d.C.) il loro primo Maestro furono i precursori delle correnti dei Patarini, dei Catari, degli Albigesi, fino ai Protestanti.
Manete venne emancipato dal proprio stato di schiavo da una ricca vedova persiana, per tale motivo venne chiamato “Figlio della Vedova”, e i figli della vedova divennero i suoi discepoli.
Non sarà certo un caso che gli attuali Liberi Muratori siano anche chiamati “Figli della Vedova”.
Considerazioni sulla durata dell’Universo secondo Dante Alighieri
Nel mezzo del cammin di nostra vita…
Nel mezzo del cammin di nostra vita a
mi ritrovai per una selva oscura b
ché la diritta via era smarrita. a
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura b
esta selva selvaggia e aspra e forte c
che nel pensier rinova la paura! b
Tant’è amara che poco è più morte; c
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, d
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. c
Inferno Canto I
Prima di entrare nel merito dell’argomento di questo articolo vorrei fare una breve digressione sullo stile dell’Opera e sull’oggettiva difficoltà di rispettare la terza rima, ovvero il terzo verso che completa il gruppo dei tre versi in assonanza: 1 oscura, 2 dura, 3 paura – 1 forte, 2 morte, 3 scorte. Il primo e terzo verso sono anomali, in quanto rimano solo con se stessi (vita e smarrita)
La metrica rigorosissima degli endecasillabi, 14.233 versi in terzine incatenate, risulta essere rispettata in tutti i versi del Poema, la struttura aba bcb cdc… è la più complessa che si possa creare e termina sempre con un verso orfano che rima solo con il terz’ultimo e chiude tutti i canti:
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro. (verso orfano)
Inferno Canto I
Potremo solo immaginare la complessità di un poema che esprime concetti articolati che nascondono almeno quattro differenti livelli di lettura: Letterale, allegorico, morale ed esoterico.
Un passo per volta.
L’incipit della Divina Commedia racchiude un mistero che ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro.
Tutto nasce dal pronome possessivo “nostra”, inteso dai più come un pluralis maiestatis, e da altri come un semplice pronome di molteplice appartenenza: nostra, nel senso di noi tutti…
Consapevole di intraprendere una strada poco condivisibile dalla maggioranza degli studiosi, una strada che tuttavia potrebbe rivelarne altre, foriere di novelle scoperte, propenderò per la seconda ipotesi, ovvero “nostra” nel senso “di noi tutti”.
Se il Poeta avesse voluto riferirsi esclusivamente alla propria vita, avrebbe potuto dire:
Nel mezzo del cammin della mia vita…
Non avrebbe compromesso la metrica e non avrebbe dato adito a dubbie interpretazioni. Inoltre sarebbe stato più chiaro il concetto, conosciuto da tutti, che avendo Egli 35 anni si sarebbe trovato proprio nel mezzo della vita di un uomo, che nel medio evo era di circa 70 anni.
Invece sceglie quel “nostra”, creando non pochi problemi a intere generazioni di studiosi.
Dante inizia il proprio viaggio, o meglio fa iniziare il proprio viaggio, l’8 aprile del 1300, Venerdì Santo ed escogita una serie di accorgimenti decisamente sorprendenti per raccontarci la propria visione del mondo.
Il Poeta ci indica, in determinati punti della Sua Opera, alcune date e alcuni riferimenti che, se ben decodificati, potranno farci comprendere come immaginasse la durata dell’intera Creazione, dal giorno iniziale fino a quello dell’Apocalisse.
Dante forse, e questa sarà la nostra ipotesi di lavoro, desidera darci delle precise indicazioni sulle date di inizio e fine del mondo. Tali date, come vedremo, comprenderanno un numero di anni molto preciso e particolare che aprirà un cassetto inaspettato dove scopriremo una conoscenza astronomica dall’immensa portata concettuale.
Nel canto XXVI del Paradiso, Adamo, che finalmente può incontrare Dante afferma che rimase nel Limbo per 4302 anni dopo essere vissuto per 930 anni
Or, figliuol mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno. 117
Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio; 120
e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
Paradiso Canto XXVI
Adamo fu quindi creato 4302 + 930 anni, ossia 5232 anni prima della resurrezione di Cristo.
Nel canto XXI dell’Inferno il diavolo Malacoda spiega ai due poeti che il sesto ponte di Malebolge, il primo che incontreranno, è crollato e ingombra di macerie il fondo della bolgia.
Malacoda spiega che ieri, cinque ore più tardi di adesso, si sono compiuti 1266 anni da quando il ponte crollò, e il fatto avvenne quando Cristo spirò sulla croce. Dante, nel Convivio specifica che Cristo volle morire nel 34° anno della Sua etade, quindi sommando 1266 + 34 otteniamo 1300, l’anno del viaggio dantesco.
E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
presso è un altro scoglio che via face. 111
Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
anni compié che qui la via fu rotta.
Inferno Canto XXI
Considerando che Adamo vide il sole tornare al suo punto di partenza per 930 volte, cioè visse 931 anni e che il compimento dei 1266 anni dalla frana del ponte della sesta bolgia era avvenuto il giorno prima (per cui Dante inizia il viaggio nell’anno 1267 dalla morte del Redentore).
Sommando il numero di anni che si ottengono da queste informazioni arriviamo a 4302+931+1267=6500 anni, corrispondenti esattamente alla metà del ciclo che Dante attribuisce alla storia umana; il secondo e ultimo periodo di 6500 anni dovrà trascorrere dall’anno 1300 prima del Giudizio universale.
Nel IX canto del Paradiso, al verso 37 troviamo Cunizza da Romano, che presenta a Dante Folchetto da Marsiglia.
Parlando dell’anno 1300, la beata sostiene che dovrà moltiplicarsi ancora per cinque (l’anno 1300) prima che la fama di Folchetto si perda. Moltiplicando 1300 per 5 otterremo 6500 che sono gli anni da sommare al 1300 per conoscere la fine del mondo: anno 7800.
…Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia, 39
questo centesimo anno ancor s’incinqua:…
Paradiso Canto IX
Secondo Dante il Mondo nacque nel 5200 a.C. e terminerà con l’Apocalisse del 7800.
Tornando finalmente sui nostri passi saremo a questo punto tentati di supporre che l’Incipit della Commedia, “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” sia da interpretare con il “nostra” inteso dell’Umanità, di tutta l’Umanità.
Il fatto che Dante attribuisca all’età dell’Universo la durata di 13.000, anni, che corrisponde esattamente alla metà della durata di un ciclo precessionale, potrebbe essere un dato assai significativo.
Secondo il Prof. Gizzi, l’intera cosmologia della Commedia è stata costruita, dal Sommo Poeta, sulla precessione degli equinozi, considerando che un ciclo di 13.000 anni terrestri, equivale alla durata di un semiciclo precessionale (il cui decimo è 1300, l’anno di inizio del suo mistico viaggio).
Volendo schematizzare quanto affermato proponiamo il seguente grafico:
La somma di questi due periodi equivale, con un’approssimazione davvero ragguardevole, alla durata del semiciclo precessionale (13.000 anni contro 12.888 anni oggi misurati).
Riprenderemo in un prossimo articolo il complesso concetto di Precessione degli equinozi, analizzando anche uno studio relativo alla dimensione del cono infernale, descritto dall’Alighieri.
Nel 1919 Miguel Asin Palacios pubblicò un libro che fece scandalo e che fu considerato un terremoto letterario.
Il titolo completo del testo originale, scritto dello spagnolo Miguel Asin Palacios, è: “L’escastologia islamica nella Divina Commedia”.
Nel 1919 veniva pubblicato un saggio piuttosto corposo che metteva in discussione l’originalità dell’impianto strutturale della Divina Commedia.
I critici del tempo si scatenarono in feroci critiche, escludendo senza mezzi termini che Dante avesse potuto essersi ispirato a delle fonti islamiche.
Oggi non ci sembra di scorgere nulla di male in tale ipotesi, anzi significherebbe che la cultura di Dante comprendesse e contemplasse anche le tesi esposte nei testi arabi.
Come vedremo in un prossimo articolo, esistono alcune differenze legate a interpretazioni differenti dei testi originali, differenze che esprimono una indiscussa e originale creatività del nostro Poeta.
Quando, nel 1919, venne pubblicato i testo di Palacios non era ancora a disposizione una traduzione del “Libro della Scala”, il testo arabo che narra dell’ascensione di Maometto al Regno di Dio.
Nella seconda metà del XIII sec. re Alfonso di Castiglia fece tradurre da un sapiente medico ebreo, Abraham Alfaquim, una delle versioni in lingua araba di un Kitab al-miraj, che circolavano in Andalusia.
Sucessivamente il notaio Bonaventura da Siena, in Castiglia, produsse una traduzione in lingua latina (Liber Scalae Machometi), nonché un’altra in francese.
Lo studioso Prof Enrico Cerulli sostiene che Dante avrebbe potuto tranquillamente studiare le traduzioni del Bonaventura e trarre ispirazione sia per gli aspetti topografici che per la Legge del Contrappasso, presenti nella Divina Commedia.
L’ipotesi “eretica” esposta da Palacios nel 1919, trovò conferma nel 1944, in uno studio di Ugo Monneret de Villard su un testo di San Pedro Pascual (1229-1301), presente in un codice dell’Escurial di Madrid.
“Nel testo in questione, Maometto è destato nel suo letto alla Mecca dall’angelo Gabriele, è fatto montare sul destriero alato Buraq, condotto a Gerusalemme, e di qui fatto ascendere in cielo per la fulgida “scala” (mi’ raj) che dà nome al libro.
Egli vede l’angelo della morte, un altro in forma di gallo, un terzo metà di fuoco e metà di neve, e attraversa i sette cieli incontrando in ognuno un profeta, fino al trono di Dio; visita quindi il Paradiso con le sue delizie di natura e d’amore, e riceve da Dio il Corano, con i precetti delle orazioni quotidiane e del digiuno.
Passato poi all’Inferno, ne percorre le sette terre, e ne contempla i diversi tormenti, ascoltando da Gabriele le spiegazioni sul giorno del giudizio e la prova del ponte as-S?irat. Tornato infine sulla terra, tenta invano di convincere i suoi concittadini della Mecca (Meccani) sulla verità della sua visione, che per suo invito trascrivono e autenticano i suoi fidi Abu Bekr e Ibn Abbas”.
Particolare di grande interesse è che ognuno dei sette Cieli è presidiato da un profeta:
- Primo Cielo Profeta Adamo.
- Secondo Cielo Profeta Giovanni Battistae Gesù.
- Terzo Cielo Profeta Giuseppe.
- Quarto Cielo Profeta Enoch.
- Quinto Cielo Profeta Aronne.
- Sesto Cielo Profeta Mosé.
- Settimo Cielo Profeta Abramo.
Durante un suo noto intervento Umberto Eco ci ricordò che:
“È ormai assodata l’influenza di molte fonti musulmane sull’autore della Divina Commedia. Ma oggi, turbati dalla violenza fondamentalista, tendiamo a dimenticare i rapporti profondi tra la cultura araba e quella occidentale…
… Nel 1919 Miguel Asín Palacios pubblicava un libro (“La escatologia musulmana en la Divina Comedia”) che aveva fatto subito molto rumore.
In centinaia di pagine identificava analogie impressionanti tra il testo dantesco e vari testi della tradizione islamica, in particolare le varie versioni del viaggio notturno di Maometto all’inferno e al paradiso.
Specie in Italia ne era nata una polemica tra sostenitori di quella ricerca e difensori dell’originalità di Dante. Si stava per celebrare il sesto centenario della morte del più “italiano” dei poeti, e inoltre il mondo islamico era guardato piuttosto dall’alto al basso in un clima di ambizioni coloniali e “civilizzatrici”: come si poteva pensare che il genio italico fosse debitore delle tradizioni di “extracomunitari” straccioni?… “
Umberto Eco, come Enrico Cerulli, afferma che Dante avrebbe potuto conoscere il contenuto del testo arabo:
“Poteva conoscere Dante questa storia del viaggio nell’oltretomba del Profeta? Poteva averne avuto notizia attraverso Brunetto Latini, suo maestro, e la versione latina del testo era contenuta in una “Collectio toledana”, dove Pietro il Venerabile, abate di Cluny, aveva fatto raccogliere testi arabi filosofici e scientifici – tutto questo prima della nascita di Dante”.
Ritornando al testo arabo ricapitoliamo alcuni concetti per cogliere le differenze/analogie con il viaggio dantesco.
Maometto viene svegliato presso la Mecca dall’angelo Gabriele e inizia quello che viene definito “Il viaggio notturno del Profeta Maometto”.
L’arcangelo Gabriele condurrà Maometto ad attraversare il Paradiso per raggiungere Dio dopo aver percorso sette Cieli, per poi giungere all’Inferno, che nella visione maomettana si estende per sette terre.
In questa versione dell’oltretomba islamico, dunque, manca il Purgatorio. L’aldilà è diviso solamente in due regni.
Il viaggio di Dante, come tutti sanno, inizia nell’ inferno e si conclude nel Paradiso con la visione di Dio.
Nel Viaggio di Maometto, il percorso procede all’inverso: il Profeta sale al Paradiso, dove incontra diversi profeti appartenenti alla tradizione ebraica, quindi scende negli Inferi.
Un fatto curioso è che il Purgatorio è stato introdotto verso la fine del XII secolo mentre la relativa dottrina venne definita dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel concilio di Trento, nel 1563.
Dante ha quindi ripreso i canoni del Concilio di Lione per descrivere un “Luogo“, relativamente recente, che gli arabi non avevano sicuramente ipotizzato.
Un alto fatto, ancora più curioso, è che vi sono molte narrazioni di famosissimi mistici di ambo i sessi che descrivono le proprie visioni delle anime del Purgatorio, uno tra tutti è San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), la terza e ultima guida di Dante, che con il suo noto “Elogio della nuova cavalleria” (De laude novae militiae ad Milites Templi), ispirò papa Onorio II a formulare la Regola dei Templari.
Nel prossimo articolo entreremo nel merito delle descrizioni infernali, confrontando la visione dantesca con quella araba.
Un breve confronto tra le dimensioni infernali descritte nella Divina Commedia e nel Viaggio notturno di Maometto
Nell’articolo precedente abbiamo proposto alcune impostazioni letterarie che potrebbero suggerire l’idea che Dante abbia potuto ispirarsi ad alcune fonti islamiche, per comporre la Divina Commedia.
Entreremo ora maggiormente nel dettaglio per verificarne la autenticità.
Come sappiamo la Commedia di Dante inizia con un primo Canto con funzione di Prologo, prosegue con 33 Canti dedicati all’Inferno, 33 al Purgatorio e 33 al Paradiso.
L’Inferno è rappresentato come un cono rovesciato con l’ingresso situato vicino a Gerusalemme, e giunge fino al centro della Terra.
L’inferno è, a sua volta, composto da una Anti-Inferno e da 9 cerchi concentrici, sempre di diametro inferiore, che terminano nel lago Cocito ove si trova l’Angelo del male: Lucifero.
Nei primi versi del poema l’autore è descritto come smarrito e trasognato… pien di sonno:
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, 10
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
(Inferno, I Canto)
Successivamente il Poeta incontra tre belve: una lonza, un leone e una lupa, che concordemente la critica associa a tre peccati capitali, Lussuria, Superbia e Avidità.
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, 31
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
(Inferno, I Canto)
Ricapitolando: Dante si trova semiaddormentato nei pressi di Gerusalemme, inizia un viaggio misterioso, all’inizio del quale incontra tre belve che gli ostacolano il passaggio.
Nel testo islamico, il Profeta Maometto viene svegliato presso la Mecca dall’Angelo Gabriele e condotto nei pressi del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Durante il viaggio incontra due uomini e una donna che cercano di fermarlo per parlargli di un messaggio dedicato a lui e la sua Comunità. Si tratta di un Apostolo del Cristianesimo, un Apostolo dell’Ebraismo, mentre la donna rappresenta la Vita terrena.
Maometto non si ferma e prosegue senza farsi influenzare.
Dopo una breve purificazione del cuore, Maometto, viene trasportato a cavallo di Baruck, un puledro dalla testa di donna, in una sorta di viaggio verticale, diretto verso il Trono di Dio.
Leggiamo dal testo:
…“Poi Gabriele, la pace sia su di lui, mi condusse alla Roccia ed ecco la Scala calata verso la Roccia giù dalle nuvole del cielo. Mai vidi cosa più bella della Scala! Un gradino è d’oro, un gradino d’argento, un gradino di berillo, un gradino di giacinto rosso. Gabriele mi strinse a sé proteggendomi con l’ala, poi mi baciò tra gli occhi e disse: «Sali, Muhammad»”…
Dopodiché Maometto, preceduto dall’Angelo Gabriele ascende verso Dio, incontrando i Profeti che gli aprono, via via, le porte dei vari Cieli. Giunto al quinto Cielo, il Cielo lucente controllato dal Profeta Abramo, Maometto prosegue il suo racconto:
…“Vidi una porta sulla quale, in due fasce calligrafiche, rilucevano e scintillavano le parole: Non c’è dio al di fuori di Dio, Muhammad è l’inviato di Dio, siano su di lui la preghiera e la pace. Non appena le ebbi lette il chiavistello cadde, la porta si spalancò e il mio sguardo corse dal quinto cielo fino ai confini della settima terra inferiore…
…C’era una Geenna oscura, intrisa dell’ira di Dio, il fumo saliva. Ed ecco un angelo immenso, spaventoso a vedersi, l’aria incollerita e molto infelice e l’aspetto ribelle. Aveva tra gli occhi una protuberanza tale che se mai si affacciasse con quella sulla terra, tutti perirebbero, fino all’ultimo, e i mari sprofonderebbero, e si frantumerebbero i monti…
…Io Maometto chiesi:
«Fratello mio, Gabriele, chi è quest’angelo che mi fa accapponare la pelle e mi raggela il cuore?» Rispose: «Amato di Dio, quello è Malik, il guardiano dell’inferno, che Dio ha creato colmo di collera e di furore. Fin da quando Dio lo creò e lo pose a guardia della Geenna, l’odio che egli nutre per i suoi nemici non fa che aumentare. Lui e Azraele, l’angelo della morte, non sorridono mai.
Secondo il Libro della Scala l’Inferno viene scorto da Maometto quando raggiunge il quinto Cielo. L’Angelo Malik socchiude la porta e gli permette di vedere in basso, probabilmente sotto terra, il Regno infernale.
Tuttavia l’ubicazione dell’Inferno è oggetto di divergenza tra le fonti: alcuni testi, lo situano nel primo cielo mentre altri, lo individuano nel mondo terrestre, sotto la crosta.
Nel Corano, manca una collocazione precisa dell’Inferno, ma le Tradizioni concordano nel localizzarlo al di sotto della crosta terrestre, con un’apertura sita nei pressi di Gerusalemme, presso o al di là del muro orientale del Tempio di Re Salomone.
Sempre nel Corano troveremo che l’Inferno “Ha sette porte e a ogni porta starà un gruppo separato di essi…” (Corano XV, 44).
Maometto chiede a Malik di mostrargli qualche scena infernale:
Vidi laggiù settantamila mari di liquidi infetti, il cibo dei peccatori, e settantamila mari di bevanda fetida, e settantamila mari di catrame, e settantamila mari di piombo fuso. Sulle coste di ogni mare ci sono mille città di fuoco…
…Vidi serpenti simili a lunghi tronchi di palma, e scorpioni grandi come muli. Vidi settantamila pozzi di freddo pungente. Vidi donne in lacrime, piene di dolore, gridano ma nessuno le ascolta, supplicano ma nessuno ne ha pietà.
Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono queste donne?» Rispose: «Sono le donne che si adornano per altri uomini, diversi dal loro marito». Vidi donne che portano calzoni di catrame, al collo catene e chiavistelli. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?» Rispose: «Sono le donne che disprezzano il marito e dicono: com’è orribile il tuo viso; oppure: com’è ripugnante il tuo corpo; oppure: com’è nauseabondo il tuo odore.
Ma colui che ha creato loro, ha creato anche i loro mariti, Egli è l’unico Dio. Non lo sapevano, forse?».
Vidi donne con il volto in fiamme, la lingua pendula sul petto. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?»
Rispose: «Sono le donne che, senza un motivo, chiedono al marito di ripudiarle». Vidi donne appese per i capelli, le cervella ribollivano come bolle il cibo in una pentola.
Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, e queste donne chi sono?» Rispose: «Sono le donne che non celano i capelli agli estranei». Vidi donne appese per i capelli, i seni incatenati con ceppi di fuoco. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?» Rispose: «Sono le donne che allattano i figli degli altri senza avere avuto il permesso dal marito».
Vidi delle donne con i piedi sulla lingua e le mani sulla fronte. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?» Rispose: «Sono le donne che non si comportano bene nell’intimità, non adempiono all’abluzione legale, luride negli abiti e nel corpo, non si lavano dopo il mestruo né quando sono in stato di impurità maggiore; e non rispettano la preghiera tanto da trascurarne l’orario». Vidi donne sorde, mute e cieche che stavano dentro arche di fuoco, e dal loro cervello usciva un muco come quello che esce dal naso. Avevano i corpi putrefatti, mutilati dall’elefantiasi e dalla lebbra…
La descrizione infernale prosegue con descrizioni sempre più violente e terrificanti. Al termine dell’articolo potrete trovare il Link del testo completo.
Torniamo invece a Maometto, al punto in cui chiede all’Angelo notizie sull’origine e sulla struttura dell’Inferno:
Allora io gli dissi: «Tu dici il vero, ma ora ti chiedo di rispondere a una mia domanda». E lui disse: «Lo farò volentieri».
«Dimmi dunque com’è fatto l’inferno, e come sono fatti gli angeli che vi stanno e che vita vi conducono.» E subito prese a narrare: «Sappi, Maometto, che non appena creò l’inferno, Dio accese su di esso un fuoco che bruciò per settantamila anni, finché quel fuoco divenne tutto rosso. E poi sopra quel fuoco ne accese un altro per un tempo pari a quello, finché divenne tutto bianco. E dopo sopra quel fuoco ne accese un altro che durò per altri settantamila anni, finché divenne tutto nero, e più di ogni altra cosa oscuro.
E quel fuoco arde sempre in se stesso con una forza mirabile, ma senza gettare alcuna fiamma. Quanto agli angeli infernali, dei quali domandi, sappi che Dio li ha creati dal fuoco e che nel fuoco si nutrono. E se uscissero dal fuoco per un’ora soltanto, ne morirebbero, non potendo vivere senza di esso: così come i pesci senz’acqua. E come i pesci Dio li fece muti e sordi, e mise nei loro cuori tanta durezza e crudeltà che nessuno varrebbe a ridirlo: essi infatti non sanno far altro che torturare crudelmente e affliggere i peccatori. E Dio li fece muti e sordi affinché non udissero le voci e i lamenti dei peccatori che tormentano.
E li fece tanto crudeli affinché, se accadesse loro di vedere in qualche peccatore segni di pentimento, non ne tenessero alcun conto e non ne avessero pietà alcuna. I peccatori, oltre la pena del fuoco dell’inferno, ne hanno un’altra amarissima: perché gli angeli infernali li torturano e li battono ferocemente con enormi magli di ferro, a causa della loro grandissima crudeltà, come dice Dio nel Corano: “Ponemmo nell’inferno i nostri angeli forti e duri e crudeli affinché compissero e osservassero quel che noi comandammo; ed essi ci obbediscono in tutto”. E quando il tesoriere mi ebbe riferito tali cose, io e Gabriele lo lasciammo con non poco spavento. E proseguimmo oltre, fino a giungere al primo cielo, che è detto della luna.
Molto interessante, a mio avviso, il passaggio nel quale Malik descrive Dio che accende tre fuochi per nutrire gli Angeli infernali.
Tre fuochi di colori differenti: Rosso, Bianco e Nero.
Troveremo questa identica sequenza di colori nel XXXIV Canto dell’Inferno dantesco, riferita ai colori delle tre facce presenti sulla testa di Lucifero.
Si tratta di una sequenza che descrive, invertendoli, i colori delle note fasi alchemiche, Nero, Bianco e Rosso, Nigredo, Albedo e Rubedo.
Si potrebbe ipotizzare che una sequenza alchemica descritta al contrario, associata ai due ambienti infernali, possa rappresentare una sorta di contro iniziazione o di percorso associato alla dimensione demoniaca, una sorta di inversione simbolica del processo che, se condotto correttamente, dovrebbe portare alla Vera Luce.
Inferni a confronto
Entreremo ora nel dettaglio delle differenti topografie infernali declinate nella Divina Commedia e nei testi islamici.
Dante suddivide l’Inferno con uno schema, comprendente l’Antinferno, destinato agli Ignavi, e il Limbo, dove troviamo delle Anime “sospese” sull’Inferno, senza esserne preda.
Il Poeta, successivamente, distribuisce i dannati in 9 Cerchi, a loro volta suddivisi in Gironi, Bolge e zone.
Il 1° Cerchio comprende il Limbo, dal 2° al 6° troveremo dei Gironi riservati a singole tipologie di peccatori.
Il 7° Cerchio, quello dei Violenti, è diviso in 3 Gironi: Violenti contro il prossimo, contro se stessi e contro Dio.
L’8° Cerchio comprende 10 Bolge destinate ad accogliere altrettante categorie di peccatori.
Il 9° Cerchio è dedicato ai Traditori, reclusi in quattro zone: Caina per i Traditori dei parenti, Antenora per i Traditori politici, Tolomea per i traditori degli Ospiti e Giudecca per i Traditori dei benefattori.
Una sintesi dei Cerchi, dei Gironi e delle Bolge con le tipologie di peccatori:
Antinferno
1° Cerchio – Limbo
2° Cerchio – Lussuriosi
3° Cerchio – Golosi
4° Cerchio – Avari e Prodighi
5° Cerchio – Iracondi e Accidiosi
6° Cerchio – Eretici
7° Cerchio – Violenti ( contro il prossimo – contro se stessi – contro Dio)
8° Cerchio – Fraudolenti (Seduttori – Adulatori – Simoniaci – Indovini – Barattieri
Ipocriti – Ladri – Consig. Inganni – Sem. Discordie – Falsari)
9° Cerchio – Traditori ( di parenti – politici – degli ospiti – dei benefattori)
La struttura dell’Inferno islamico è la seguente:
Nel Corano l’entrata dell’Inferno viene stabilita nel territorio vicino a Gerusalemme. E’ costituito da una serie di ripiani o balze circolari e concentriche che scendono, riducendosi di diametro, verso il fondo.
Gli esegeti islamici interpretarono la descrizione coranica, molto difficile da comprendere, che dice letteralmente (XV, 44): Ha sette porte; a ogni porta starà un gruppo separato di essi (i dannati), proponendo una struttura conica, formata da una scalinata verticale che conduce a sette spianate orizzontali, organizzate come altrettante carceri destinate alle differenti categorie di peccatori.
I sette ripiani sono collocati, come nella struttura dantesca, uno sopra l’altro e scendendo aumenta progressivamente la temperatura.
Il Corano sceglie il numero 7 per suddividere i vari gironi infernali, rispettando la consolidata tradizione che prevede: i Cieli astronomici sono 7, e 7 sono le terre, 7 sono i mari e le porte dell’Inferno e quelle del Paradiso.
L’esclamazione “essere al settimo cielo” trova così una singolare spiegazione.
Con una piccola differenza rispetto allo schema sopracitato, Palacios così suddivide i gironi e le descrizioni dei peccatori dell’inferno coranico:
1° Ripiano Gehenna (quello più esterno) per i musulmani rei di peccato mortale
2° Ripiano Lazi (fuoco bruciante) per i cristiani
3° Ripiano Al-Hatma (fuoco divoratore) per gli ebrei
4° Ripiano Al-Sa ir (fuoco fiammante) per i sabei
5° Ripiano Saqar (fuoco ardente) per gli zoroastriani
6° Ripiano Al-Gahim (fuoco intenso) per i politeisti
7° Ripiano Al-Hawiya (Abisso) per gli ipocriti simulatori di fede.
Come si può notare la condanna dei peccatori riguarda solo aspetti dogmatici legati alla scelta religiosa dei presunti colpevoli.
In una futura analisi del Paradiso islamico vedremo che ogni Cielo è presieduto da un profeta di quelle stesse religioni condannate nell’Inferno. Una contraddizione che sembra inspiegabile.
Nel suo imponente volume, Palacios, descrive anche differenti topografie infernali legate alla tradizione araba, evidenziando come l’opera dantesca presenti una maggior “logica intrinseca”, una maggior complessità filosofica e morale. Tuttavia dovremo rilevare anche evidenti analogie relative alle pene e alle comuni circostanze che riguardano i castighi dei dannati.
Alcuni esempi:
“il Ripiano secondo (islam) è battuto da venti fortissimi e contrastanti, come il secondo Cerchio dantesco. Serpenti enormi divorano i reprobi del quinto Ripiano, come i ladri del quinto Cerchio di Dante. La ghiacciata regione dell’ultimo Ripiano coincide esattamente con la descrizione che caratterizza il Cerchio più profondo, nel quale pure Dante colloca Lucifero, che è l’Iblis o re dei Diavoli nell’escatologia islamica.”
La complessità e la corposità di “Dante e l’Islam” di Miguel Palacios ci costringe a descrivere con enorme approssimazione l’escatologia islamica, senza avere la possibilità di entrare nei dettagli.
Tuttavia, pur invitando il Lettore interessato ad approfondire l’argomento sui Testi della Tradizione, mi soffermerò su particolari che potrebbero suggerire ulteriori approfondimenti.
Le caratteristiche topografiche dei due Sistemi infernali presentano profonde analogie. In esse troviamo montagne, dirupi, fiumi, valli, fonti, stagni, mura, castelli, ponti, celle…ecc
Nel suo monumentale libro Futuhat, il Sufi Ibn Arabi, teologo mistico e poeta musulmano (1165-1240), ha consacrato numerosi capitoli alle descrizioni infernali rispettando i dettami del Corano, ma aggiungendo personali interpretazioni elle proprie visioni mistiche.
Ibn Arabi mantiene la suddivisione in 7 Ripiani, riservando ogni ripiano ad una precisa categoria di reprobi, la cui condanna fu dovuta ad un peccato specifico commesso con uno dei 7 organi del corpo: occhi, orecchi, lingua, mani, ventre, sesso e piedi.
Una suddivisione che, come dice Palacios, rispetta come quella dantesca un criterio generale etico e non dogmatico.
Diventa, per il sottoscritto, difficile comprendere il feroce disappunto suscitato ed esternato dalla critica dell’epoca dal testo “Dante e l’Islam”.
Parlare di plagio o di scarsa originalità del Sommo Poeta risulta essere ridicolo e privo di significato. Sembra ovvio che Dante fosse un poeta dalla immensa cultura, un poeta che frequentava salotti buoni, le grandi biblioteche e i più noti pensatori della sua epoca. Il suo maestro Brunetto Latini, uomo di straordinaria Cultura, possedeva molti testi arabi e, con ogni probabilità, è stato il collegamento tra le due differenti impostazioni escatologiche, araba e dantesca.
A nessuna persona di buon senso verrebbe in mente di criticare Dante per aver attinto dagli arabi modelli e strutture topografiche condivise e rappresentate da decine di testi tradizionali. Soffermarsi su questi particolari significherebbe perdere di vista il valore poetico, simbolico, morale e anagogico della sua Opera.
Il fatto che Dante abbia attinto ad una matrice di indiscusso valore culturale significa che Dante fosse colto e soprattutto curioso. Il suo capolavoro, che per molti versi rappresenta la vera Cultura italiana, ormai degradata e trascurata senza speranza, resterà per sempre una pietra miliare alla quale attingere, consapevolmente, senza provare il minimo senso di colpa.
Come abbiano potuto i critici del 1919 offendersi e indignarsi dalle rivelazioni esposte da Palacios, resta un mistero.
La pubblicazione de “L’Escatologia islamica nella Divina Commedia” avvenne cent’anni fa, alla vigilia dei festeggiamenti per il seicentesimo anniversario dalla morte di Dante (1921), ma tale coincidenza non giustifica minimamente la stupidità o peggio l’arroganza, di chi ha voluto offendere la Verità, in nome di un presunto e grottesco “campanilismo culturale”.
Maometto, un mistero irrisolto
Risulta molto difficile per gli studiosi esprimere un parere privo di qualche ragionevole dubbio, sui rapporti autentici che intercorsero tra Dante e la religione islamica.
Dante conosceva molto bene l’Islam, il suo Maestro Brunetto Latini, possedeva una biblioteca fornitissima, con numerose traduzioni di testi musulmani e rare opere provenienti da ogni parte del mondo. Diventa facile supporre che Dante le potesse consultare.
Nel suo Capolavoro, il Poeta, colloca alcuni esponenti della religione islamica nel Limbo e nell’Inferno.
Il Limbo, la cui esistenza, ricordiamo, non ha mai trovato una precisa conferma nella Teologia cristiana, venne definitivamente abolito nel 2007 da papa Benedetto XVI.
Dante pone il Limbo nel primo Cerchio dell’Inferno, complanare all’Antinferno, e separato da quest’ultimo dal fiume Acheronte.
E’anche probabile che il Limbo sia stato, per il Poeta, uno strumento molto utile per offrire una collocazione di comodo, togliendosi da situazioni che avrebbero potuto creare un certo imbarazzo.
Tre personaggi islamici particolarmente significativi che vivono nel Limbo dantesco sono: Averroè, Avicenna e il Saladino.
La presenza di questi illustri personaggi nel Limbo appare misteriosa.
Averroè, il filosofo nato a Cordova nel 1126, scrisse un’opera su Aristotele che Dante stesso definisce un “gran comento”, sostenendo apertamente l’averroismo cristiano che si poneva in netto contrasto con il pensiero di Tommaso d’Aquino. Il più noto esponente dell’averroismo cristiano fu Sigieri di Brabante, considerato eretico ma posto da Dante in Paradiso.
L’oggetto del contendere tra averroisti e cristiani fu sostenere, dai primi, che fosse possibile vedere Dio anche da vivi, mentre per i cristiani e per l’aquinate questo non era assolutamente possibile.
Tutta la Divina Commedia assume quindi un colore averroista, così come averroista è il Libro della Scala, nel quale viene descritta la visione di Dio da parte di Maometto.
Altra presenza imbarazzante, o quantomeno misteriosa, è quella del Feroce Saladino, il più temuto avversario della cristianità e protagonista assoluto delle crociate che, forse, avrebbe dovuto meritare una collocazione meno generosa.
Il punto cruciale che ha creato non poche questioni, anche in tempi recenti, è la posizione di Maometto.
Il Profeta musulmano viene posto nel XXVIII Canto dell’Inferno:
Mentre che tutto in lui veder m’attacco, 28
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
Il Profeta viene accusato di scisma, avendo Egli, come allora si credeva, separato una parte dei fedeli cristiani convertendoli all’Islam. Per questo motivo viene descritto con il petto squarciato. Il contrappasso è evidente.
Come sostiene giustamente la dantista Maria Soresina, a qui tempi non era illogico porre Maometto all’Inferno, semmai incomprensibile il Saladino nel Limbo. Ora i tempi sono cambiati e la presenza di Maometto all’Inferno crea un comprensibile disagio.
Dante nei versi riferiti a Maometto e a suo genero Alì, fa compiere al Profeta islamico una autentica profezia post eventum:
Maometto dice a Dante di avvisare Fra Dolcino di armarsi di vivanda, cioè di fare scorta di provviste, per superare il blocco delle vie di comunicazione dovuto alla neve di un rigidissimo inverno che avrebbero potuto dare la vittoria al vescovo di Vercelli, cosa che infatti avvenne nel 1307 (l’Inferno fu scritto in quel periodo storico tra il 1307 e seguenti).
Per quale motivo, si chiedono alcuni, Maometto avrebbe dovuto far avvisare Fra Dolcino ? … Resta un mistero.
Uno studioso arabo, Fuad Kabazi, ipotizzò addirittura che non sia stato Dante a mettere Maometto all’inferno, bensì suo figlio Pietro. Pietro figlio di Dante e Gemma Donati, potrebbe aver compiuto una autentica sostituzione.
Lo studioso ipotizza che la sostituzione abbia interessato la figura di Gherardo Segarelli, predicatore e fondatore della setta degli Apostolici, che aveva tra i suoi seguaci proprio Fra Dolcino.
In altre parole, Fuad Kabazi, sostiene che Pietro Alighieri abbia volutamente contraffatto un frammento (terzina?) inserendo il nome di Maometto al posto di Segarelli.
Lo studioso ovviamente non propone un possibile testo alternativo a mano di Dante, si limita a sostituire il nome di Segarelli a quello di Maometto.
…Mentre che tutto in lui veder m’ attacco,.
guardommi, e con le man s’ aperse il petto,
. dicendo: “Or vedi com’ io mi dilacco!.
vedi come storpiato e’ Gherardo Segarelli! (Maometto)
.Dinanzi a me sen va piangendo Ali’ ,…”.
Ovviamente nella proposta di Kabazi non c’è nessuna pretesa di rispetto della metrica o delle assonanze, la terzina indicata è di 15 sillabe e non fa certo rima con “petto”, questo dimostra solo l’aspetto ipotetico della proposta di Kabazi, senza offrirci alcuna accettabile alternativa vagamente proponibile.
A titolo d’esempio, o meglio di divertissement, avremmo potuto almeno prendere in considerazione qualcosa di più accettabile come:
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
Vedi Gherardo innanzi tuo cospetto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
Sebbene sia sempre pericoloso, se non ridicolo, scherzare con Dante si sarebbe reso necessario correggere anche il nome di Alì… ma forse le cose si sarebbero complicate oltre ogni accettabile misura. Resta quindi un’ipotesi che galleggia sul mare delle possibilità poco probabili, un mare procelloso e ricco di naufragi.
Proponiamo un’altra interessante osservazione di Maria Soresina pubblicata sul Web:
… Nel 1928 il prof. Luigi Valli pubblicò Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore. I «Fedeli d’Amore» erano i poeti del cosiddetto Dolce Stil Novo. Luigi Valli ha analizzato tutte le loro poesie e ha scoperto che usavano un linguaggio segreto. Tra le tante parole che Valli ha decodificato c’è anche «pietra», che significava nelle loro poesie la Chiesa di Pietro (cioè la Chiesa di Roma), la Chiesa che «impietra» come la Medusa.
Ora Malebolge, il cerchio in cui si trova Maometto, viene introdotto con queste parole:
Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno.
Malebolge è un luogo di «pietra». Quindi rappresenta la Chiesa. A confermarlo ci sono altre piccole cose: per esempio, la basilica di San Pietro viene nominata due sole volte in tutta la Commedia: entrambe in Inferno, entrambe in Malebolge.
E non è tutto: Dante dà due sole volte nel poema l’indicazione di una misura precisa, espressa in miglia. Entrambe riguardano Malebolge: della penultima bolgia, che, guarda caso, è proprio quella in cui c’è Maometto, dice che miglia ventidue la valle volge, e della successiva ch’ella volge undici miglia. Secondo i critici Dante voleva dire solamente che le bolge diventano più strette man mano che si scende e se dà delle dimensioni esatte è solo, affermano, «per un preciso senso di realismo descrittivo». No! La misura di «ventidue miglia» (quella della bolgia in cui c’è Maometto) ha un valore particolare, di cui i critici si guardano bene di parlare: ventidue miglia era, allora, la lunghezza delle mura della città di Roma, ovvero della sede della Chiesa. Lo riportano i documenti ufficiali dell’epoca, nei quali del «murus civitatis Romae» è detto: «In circuitu vero sunt miliaria XXII». Documenti che evidentemente Dante conosceva: evidentemente, perché altrimenti non avrebbe dato proprio questa misura e proprio qui.
A questo punto chi mai saranno i neri cherubini, come Dante chiama i diavoli che governano Malebolge? Sono gli uomini della Chiesa. Sono loro che «storpiano» Maometto.
Per concludere è possibile che Dante avesse a cuore l’Islam e tutta la cultura musulmana, sicuramente la collocazione di Maometto nell’Inferno lascia molto perplessi, come lascia perplessi quella di Farinata degli Uberti e di altri personaggi che condividevano col il Poeta posizioni non troppo ortodosse. A quei tempi si scherzava poco e le affermazioni che riguardavano altre confessioni religiose o altre posizioni politiche potevano creare serissimi problemi. Dante scrisse la Commedia dall’esilio con una condanna a morte che gli pendeva sul capo. Viene quindi da chiedersi se le collocazioni di molti personaggi nei tre ambienti dell’oltretomba siano da considerarsi in linea col pensiero di Dante o non siano invece frutto di compromessi politico-religiosi.
Viene anche da chiedersi se l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso danteschi siano in linea con l’ortodossia e la Teologia cristina… spesso la collocazione di alcuni personaggi crea forti dubbi.
Dante era coltissimo e non poteva sicuramente aver trascurato gli scritti arabi e l’escatologia di quei popoli. Il confronto tra le topografie dantesca e araba offre al lettore ampi spunti di approfondimento e la sensazione che la Conoscenza, o Canoscenza per dirla con il Poeta, sia un bene a cui tendere risulta essere un’ovvia conclusione.
Il fatto assai curioso che Dante non collochi in Paradiso alcun Vicario di Cristo induce sicuramente a riflettere.
Leggendo la Divina Commedia in modo trasversale, per comprendere meglio le complesse relazioni tra gli eventi e gli attori descritti da Dante, si fanno delle semplici scoperte che potranno anche stupirci.
Potrà sembrare quantomeno curioso ma il Poeta nel suo capolavoro letterario incontra i papi esclusivamente nell’Inferno e nel Purgatorio.
I motivi di tali inaspettate collocazioni sono da ricercare nelle opere e nelle storie personali dei Vicari di Cristo rappresentati nella Divina Commedia.
Dante si è mostrato sempre molto severo nei giudizi verso la Chiesa di Roma, non risparmiando a nessun successore di Pietro alcuna critica feroce.
In taluni casi, come per papa Celestino V che, come vedremo sarà canonizzato da Clemente V, la pena dell’Inferno potrà sembrarci eccessiva, visto che si trattava di un Papa che per sua stessa ammissione aveva compreso di essere un uomo debole e non in grado di reggere le sorti del Vaticano.
La severità del Poeta non sembra risparmiare alcuno e tali condanne paiono spesso ispirate da questioni di carattere personale, tant’è che nessun papa, nessun cardinale, arcivescovo o monsignore viene incontrato in Paradiso, luogo dove ci si potrebbe aspettare di trovare qualche degno rappresentante della Chiesa.
L’Opera dantesca conobbe censure e tagli e, come nel caso del De Monarchia, la messa all’indice nel 1329 da Bertrando del Poggetto. Nel 1559, il De Monarchia, fu inserito dal Sant’Uffizio nel primo indice dei libri proibiti e la condanna fu estesa fino alla fine del XIX secolo. Dovremo attendere il 1921 per veder riscattata e accettata l’opera di Dante, questo fu dichiarato nell’enciclica “In Preclara Summorum“, ad opera di papa Benedetto XV.
Dante colloca Nicola III, Celestino V, Bonifacio VIII e Clemente V nell’Inferno e, Adriano V e Martino IV, nel Purgatorio, mentre Clemente IV viene solo citato (nel Purgatorio).
Si potrebbe ipotizzare una scelta mirata, forse una provocazione dettata dalla sua rabbia verso la Sacra Istituzione che stava assumendo un potere non solo spirituale.
Da buon Guelfo bianco era molto vicino alla fazione Ghibellina, questa sua scelta ne determinò sicuramente, nel 1302, la condanna all’esilio.
Se è vero che la penna ferisce più della spada, quella di Dante doveva essere ben affilata, e come qualcuno disse usò il sangue al posto dell’inchiostro.
Dante condanna ben sette papi, quattro andranno direttamente all’Inferno e tre in Purgatorio, vediamo di chi si tratta, presentandoli in ordine cronologico di papato:
Papa Adriano V (1276), Ottobono Fieschi: Purgatorio (XIX 97-102), tra gli avari. Fu eletto papa l’11 luglio 1276 e trasferì la sua sede a Viterbo. Non più giovane e dalla salute malferma, morì dopo solo 38 giorni di pontificato, il 18 ag.1276.
Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.
Intra Sestri e Chiaveri s’adima
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
Purg. 97-102
Dal momento che non vi sono documenti che comprovino la sua presunta avidità, è possibile che Dante lo abbia confuso con papa Adriano IV (1154 – 1159), che secondo le parole di Giovanni da Salisbury, sembrava attaccato al denaro e al potere.
Papa Nicola III (1277-1280), Giovanni Gaetano Orsini messo all’Inferno (XIX 31-35) tra i simoniaci perché era divenuto pontefice a pagamento (Atti 8:18-23). Appartenente a una famiglia di antica nobiltà romana, divenne papa col nome di Niccolò III. Eletto al soglio pontificio nel 1277, si oppose a Carlo I d’Angiò divenuto re di Napoli e Sicilia, dandosi alla simonia e al nepotismo per rafforzare la sua posizione (come testimoniato anche da G. Villani).
Si tratta di quel famoso papa che scambia Dante per Bonifacio VIII, destinato a seguirlo nella stessa buca nella quale era conficcato con i piedi che bruciano visibilmente. Dopo aver chiarito l’equivoco, Niccolò III si presenta come figliuol de l’Orsa cupido sì per avanzar gli orsatti che su l’avere e qui me misi in borsa.
Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
che tu abbi però la ripa corsa,
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
e veramente fui figliuol de l’orsa,
cupido sì per avanzar li orsatti,
che sù l’avere e qui me misi in borsa.
Inferno XIX, 67-72
Papa Martino IV (1281-1285), Simon de Brion, citato nel Purgatorio (XXIV 20-24) tra i golosi perché era un vero ghiottone, che pensava più ai banchetti ed al rimpinzarsi o a mangiare abbondantemente più che a servire il Signore.
…………. e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta
ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
Purg. XXIV, 20 -24
Passato alla storia per le proprie prodezze gastronomiche, sembra trascurasse l’ufficio ecclesiastico. Iacopo della Lana lo descrive così: “Fu molto vizioso della gola e per le altre ghiottonerie nel mangiare ch’elli usava, faceva tòrre l’anguille dal lago di Bolsena e quelle facea annegare e morire nel vino alla vernaccia”.
Sulla sua tomba pare ci fosse scritto: “Gaudent anguillae quod mortuus hic jacet ille qui, quasi morte reas, excoriabat eas” ossia “Gioiscono le anguille perché giace qui morto colui che, quasi fossero colpevoli di morte, le scorticava”.
Papa Celestino V (1294), Pier da Morrone: Inferno (III,59-60; XIX 82) tra i codardi o pusillanimi, che aveva paura anche della sua ombra, perché al momento del cimento si ritirò per non esporsi troppo.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Inf. III, 58-60
Nota è la sua Bolla Pontificia, stilata a Napoli il 13 dicembre 1294:
«Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe [di questa città], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale.»
Il 5 maggio 1313, fu canonizzato da papa Clemente V a seguito di sollecitazione da parte del re di Francia Filippo il Belloe da forte acclamazione di popolo, accelerando moltissimo l’iter avviato da Bonifacio. Tuttavia Clemente V non lo canonizzò quale martire come avrebbe voluto Filippo il Bello, ma come confessore.
Papa Bonifacio VIII (1294-1303) Benedetto Caetani, citato nell’Inferno (XIX 53; XXVII 70) e fautore di molti peccati, è messo fra i simoniaci. Bonifacio VIII aveva costretto Dante a scappare dalla sua amata Firenze.
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.
Inferno XXVII, 67-72
Dante incontra il condottiero Guido da Montefeltro, che denuncia Bonifacio VIII (il gran prete) di averlo indotto a peccare di tradimento, facendogli indicare come si sarebbe potuto espugnare il castello dei Colonna. Bonifacio lo convinse a tradire una casata cristiana invece di utilizzare le sue indubbie capacità strategiche per combattere contro saraceni o ebrei.
Papa Clemente V (1305-1314) Bertrand de Got citato all’Inferno (XIX 82) tra i simoniaci, perché pensava di poter ottenere tutto nella chiesa con il denaro. È ricordato per aver eseguito un decreto di sospensione contro l’ordine dei Templari (1307) e per aver trasferito la Santa Sede in Francia. Inoltre, fu il primo Papa ad assumere la tiara.
Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.
Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
e ch’i’ son stato così sottosopra,
ch’el non starà piantato coi piè rossi:
ché dopo lui verrà di più laida opra
di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.
Inferno XIX, 73-84
In questi versi, tratti dall’Inferno, a parlare è Giovanni Orsini, papa Niccolò III, che si trova conficcato in una buca a testa in giù. Niccolò III crede che Dante sia Bonifacio VIII (che morirà solo nel 1303) e predice anche un’altra presenza, quella di papa Clemente V che morirà nel 1314. Secondo la visione dantesca, che prende spunto da una antica leggenda, i peccatori condannati per simonia erano letteralmente piantati in una buca, legati ad una scala che bruciava e arrostiva i loro piedi. Bonifacio VIII prima, quindi Clemente V, prenderanno da morti il posto di Niccolò III. L’ultimo arrivato spingerà quelli che lo hanno preceduto, sempre più profondamente nella terra.
Clemente IV (1265-1268) Gui Folques, Dante non lo inserisce tra i penitenti, ma lo ricorda nel III Canto del Purgatorio (124-129), quale ispiratore dello scempio del cadavere di Manfredi operato, di fatto, da Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza.
Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Purgatorio III, 124-129
Una delle anime si rivolge a Dante e lo invita a guardarlo, per capire se lo riconosce. Dante lo osserva con attenzione, ma gli risponde di non averlo riconosciuto. Il penitente gli mostra una piaga che gli squarcia il petto. E’ Manfredi di Svevia, nipote dell’imperatrice Costanza d’Altavilla
Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento, si pentì dei suoi peccati e venne perdonato dalla grazia divina. Il vescovo di Cosenza, istigato da papa Clemente IV, lo fece disseppellire e trasportare fuori dai confini del regno di Napoli. Manfredi esprime il proprio grave rammarico per la mancanza di pietà di Clemente IV e prega dunque Dante di rivelare la triste verità alla figlia Costanza, perché lei con le sue preghiere possa ridurre la sua permanenza nell’Antipurgatorio.
Infine, come cita Silvio Caddeo in un suo interessante lavoro pubblicato sul web, vi è un altro papa citato da Dante, e questa volta ne parla in Paradiso…
“…Papa Giovanni XXII (1316-1334) Jacques Duèze, non lo si trova né all’inferno né in Purgatorio, ma non perché fosse stato bravo. A quel tempo, mentre Dante stava scrivendo la sua Commedia, quel pontefice non era ancora morto. Tuttavia, Dante lo cita come un personaggio pericoloso (Paradiso XVIII 130-136; XXVII 58-60) come colui che stava guastando la vigna del Signore, per la quale erano morti gli Apostoli”.
Dante e la Croce del Sud
Prosegue, in questo particolarissimo annus horribilis 2021, lo studio e la presentazione di approfondimenti relativi all’Opera dantesca, un doveroso contributo atto a ricordare che il 14 settembre del 1321 si spegneva a Ravenna il Sommo Poeta.
DANTE e COVID sembrano rubarsi vicendevolmente la scena, entrambi i nomi sono di 5 lettere, uno inizia con la “D” e l’altro vi termina. I mass media non parlano d’altro.
Due nomi della medesima lunghezza che evocano opposti sentimenti, il primo è un pilastro della Cultura mondiale, il Covid è solo un accidente biologico che sta interessando il Pianeta, facendo sorgere, in coloro che non si accontentano dei messaggi omologati dagli organi ufficiali d’informazione, perplessità reali, dubbi concreti e confusione sempre maggiore.
Un Cataro o un Manicheo vedrebbero sicuramente in questa piece teatrale la rappresentazione del bene e del male. Da un lato la bellezza della Poesia sposata con il valore della massima espressione culturale, che dovrebbe unire le intelligenze di tutti i popoli, dall’altro un vile frammento di RNA, probabilmente prodotto da qualche vergognoso laboratorio per fini non ancora noti che, secondo molti studiosi, è sfuggito di mano e sta creando una crisi sanitaria di livello mondiale.
Torniamo a Dante, spostando il baricentro verso la Luce.
Parlando della Visione del Mondo dantesca, abbiamo sicuramente avuto modo apprezzare molte rappresentazioni della Terra, con il cono infernale avente il vertice al centro del Pianeta, e l’apertura nei pressi di Gerusalemme. Inoltre il cono infernale e la montagna del Purgatorio sembrano essere messi in relazione dai loro reciproci volumi.
La massa della montagna dell’espiazione, direbbero i Fisici, è formata dalla stessa quantità di materia rocciosa che è stata sospinta da Lucifero quando, a causa della sua caduta, creò il vuoto infernale.
In altre parole, l’immenso cratere dell’Inferno fornì la materia per la nascita del Purgatorio.
Anche la struttura di questa montagna ripropone la tripartizione: Antipurgatorio, Purgatorio e Paradiso Terrestre (Eden).
La parte centrale, il Purgatorio vero e proprio, è suddiviso in sette Cornici, riprendendo i sette Gironi infernali.
L’Eden è abitato da Adamo ed Eva, sulle cui teste, ove gravita il Polo Sud, sfavillano le quattro stelle della Croce del Sud.
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!
Due terzine particolarmente esplicative:
Io mi girai verso destra, e pensai
all’altro emisfero, e vidi quattro stelle
viste solo da Adamo ed Eva.
Sembrava che il cielo godesse di queste luci:
oh emisfero boreale orfano di queste,
tu sei stato privato di tale bellezza!
La parafrasi sopracitata è stata trovata in un sito per studenti:
Stranamente vi è ancora oggi l’abitudine di mettere in relazione le quattro Stelle con le quattro Virtù Cardinali, la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza, evitando accuratamente di considerare che Il cielo dell’emisfero Australe, nella zona del Polo Sud, ospita le quattro stelle della Croce del Sud, esattamente come il Carro dell’Orsa Minore è ospitato dal cielo del Polo Nord.
Dante sa perfettamente che sia necessario oltrepassare la linea dell’equatore per poter osservare la Croce del Sud, ma superata quella linea il cielo settentrionale diventava orfano (vedovo) della visione del Carro.
…non viste mai fuor ch’a la prima gente…
Significa semplicemente che non furono viste da nessun vivente che, esclusi Adamo ed Eva, fosse presente nell’emisfero boreale.
Come abbia fatto Dante a sapere con due secoli d’anticipo quali fossero le stelle dell’altro emisfero è stato ed è ancora oggi frutto di molte polemiche.
L’ipotesi più semplice è che sia stato informato da viaggiatori arabi o africani
Ad Alatri (FR), durante un convegno è stata proposta da Giancarlo Pavat la seguente teoria:
“E’ stata avanzata l’ipotesi che l’Alighieri fosse venuto a conoscenza di relazioni di viaggi e spedizioni navali rimaste segrete. Gli intrepidi navigatori ed esploratori si sarebbero spinti a sud dell’Equatore, raggiungendo l’Atlantico meridionale, forse l’Oceano Pacifico, e avrebbero avvistato e scoperto nuove terre e isole ben prima delle imprese dei portoghesi, di Cristoforo Colombo e degli altri europei alla fine del XV secolo.
Possibile che Dante abbia avuto l’opportunità di parlare personalmente con qualcuno che aveva oltrepassato la linea dell’Equatoriale, che andato “oltre” l’”Oceano Tenebroso” ed era tornato indietro per raccontarlo?
Quelle terzine non sembrano il frutto di elucubrazioni teoriche ma hanno il sapore di un racconto di prima mano. Basti pensare allo sgomento che traspare laddove Dante dice di non vedere più il famigliare e rassicurante Carro dell’Orsa. Sensazione che coglieva (è provato da innumerevoli testimonianze diaristiche e letterarie) tutti coloro che viaggiando per terra o per mare in aree del Globo in cui cambiavano le Costellazioni visibili nei cieli sopra la testa.
Oppure, il Sommo Poeta, come ipotizzato da diversi studiosi, faceva parte di una corrente sapienziale esoterica che aveva accesso a conoscenze risalenti ad una Civiltà molto più antica. Forse proprio una di quelle Culture e Civiltà a cui si faceva cenno all”inizio. Una Civiltà forse adombrata nella definizione “la prima gente”.
Una Civiltà forse esistita quando la CROCE DEL SUD era visibile anche nell’Emisfero Boreale, ovvero tra i 10.000 e i 4.000 anni prima della Venuta di Cristo……
La Croce del Sud è la più piccola delle 88 costellazioni ufficiali, eppure è una delle più famose.
Attualmente è visibile nei cieli dell’emisfero meridionale del nostro pianeta, ma, a causa della precessione degli equinozi non è stato sempre così : in epoche remote, era visibile, molto bassa sull’orizzonte, anche dalla Grecia e dall’Italia, per poi scomparire completamente alla vista da queste regioni dal secondo secolo dopo Cristo in poi.
Nell’anno 1300 d.C. era ancora visibile per intero, sempre molto bassa sull’orizzonte, da Alessandria d’Egitto.(Giancarlo Pavat)”
Al di là di ogni considerazione, se leggiamo le parole di Dante, e facciamo finta che Dante abbia voluto dire esattamente quello che ha detto, il significato delle quattro Virtù Teologali risulterà essere una pura invenzione teologica, priva di fondamento.
Molti potranno obiettare che esiste un senso letterale, la costellazione, e uno allegorico, le quattro Virtù Teologali. Questo è possibile ma dovrebbe essere esteso a qualsiasi concetto presente nella Commedia. Perchè non associare alle tre Stelle che concludono ogni Cantica le figure dei Re Magi oppure delle tre Moire greche, Cloto, Lachesi e Atropo, le figlie di Zeus che tessevano e tagliavano il filo della vita di ciascun uomo. L’evidente provocazione intende solo mettere in discussione la tendenza comune ad eleggere Dante paladino della cristianità: molte altre considerazioni potrebbero assumere il colore di indiscutibuli evidenze, atte a dimostrare il contrario.
Dante non colloca nessun papa in Paradiso: Nicola III, Celestino V, Bonifacio VIII e Clemente V sono posti all’Inferno, insultati, condannati per peccati gravissimi, quali avarizia, simonia, gola, e codardia. Altri due, Adriano V e Martino IV sono in Purgatorio e sempre nel Purgatorio viene citato Clemente IV quale ispiratore dello scempio del cadavere di Manfredi, operato, di fatto, da Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza.
A favore della tensione verso la Cristianità del Poeta, si cita spesso San Tommaso d’Aquino, per poi accorgersi che Dante pone in Paradiso X, tra i più grandi sapienti, Sigieri di Brabante, l’esponente più rilevante dell’Averroismo cristiano, osteggiato aspramente soprattutto da Tommaso d’Aquino. Dante aveva anche definito il filosofo musulmano Averroé come colui che “il gran comento feo“, riferendosi all’opera di Aristotele. Inutile ricordare che la filosofia averroista era considerata assolutamente eretica dalla Chiesa di Roma.
Il vero problema è che ancora oggi, nelle scuole secondarie e non solo, si continua ad insistere esclusivamente su di una interpretazione dogmatica, legata al Cattolicesimo, che ben poco ha da spartire con la verità storica e letteraria. La lettura Anagogica, che potrebbe arricchire le coscienze degli studenti favorendo un’apertura mentale, non viene neppure presa in considerazione.
E’ stato ampiamente dimostrato che Dante fosse un Iniziato appartenente alla Confraternita dei Fedeli d’Amore e un appartenente al Movimento Cataro. In moltissimi passi è possibile fornire interpretazioni altre, e diversamente canoniche, che manifestano un atteggiamento culturale rivolto verso una Verità che non presenta commistioni dogmatiche o religiose.
Se Dante fosse sempre stato il vero paladino del Cattolicesimo, ci dovremmo chiedere perché sia stato perseguitato dalla Chiesa e condannato a morte. Ricordiamo che la sua riabilitazione è avvenuta solo cento anni fa, nel 1921, seicento anni dopo la sua morte, ad opera di Benedetto XV, con L’Enciclica “In Preclara Summorum”. Forse un silenzio di sei secoli avrà pure un preciso significato…
Un’altra “eresia” che nei primi secoli del Cristianesimo circolava liberamente era la credenza nella Reincarnazione. Secondo molti studiosi Dante, come Cataro ci credeva. Come credeva nella Giustizia divina, in quella stessa Giustizia che non dovrebbe condannare all’inferno le persone buone e oneste che appartengono per nascita ad altre religioni, e che farà gridare al Poeta nel Paradiso XIX 77-78:
Ov’è questa giustizia che ‘l condanna?
ov’è la colpa sua se ei non crede?
Dov’è questa giustizia che lo condanna? Dov’è la colpa sua s’egli non crede?
Leggere qualunque testo con la mente aperta, senza falsi condizionamenti presudoreligiosi o pseudointellettuali, porterebbe certamente ad una comprensione più giusta e corretta.
Tommaso d’Aquino (a destra abito nero e capo scoperto) e Sigieri di Brabante (abito rosso in alto a destra)
un amore difficile… un amore?
Che Dante non fosse particolarmente amato da Santa Romana Chiesa è un dato di fatto.
Quando scrisse il De Monarchia, un testo politico che sottolineava l’importanza di suddividere equamente i ruoli di potere tra Chiesa e Stato, venne tacciato di grave eresia e il testo messo all’indice e bruciato sulle pubbliche piazze.
La teoria del Sole e della Luna, formulata da Innocenzo III, sosteneva che la Chiesa, il Sole, possedeva entrambi i poteri, temporale e spirituale, e come il nostro astro illuminava ogni pianeta, compresa la Luna che rappresentava l’Impero. Il potere temporale era assoggettato a quello spirituale e non poteva che essere illuminato dal Sole ed emettere solo una debole luce riflessa.
Dante pone ben quattro papi all’Inferno: Nicola III, Celestino V, Bonifacio VIII e Clemente V. Altri tre papi dovettero passare attraverso le sofferenze del Purgatorio: Clemente IV, Adriano V e Martino IV.
Risulta quindi assai singolare che nessun Vicario di Cristo risulti essere collocato in Paradiso… il fatto potrebbe quasi sembrare un preciso messaggio…
Dal canto suo la Chiesa non sembrava affatto felice di farsi sbeffeggiare da un Guelfo Bianco come Dante, più vicino all’imperatore di tanti Ghibellini.
Dante venne mandato in esilio da una condanna comminata dal Priore di Firenze, Messer Cante dei Gabrielli da Gubbio, che lo denunciò per frode, baratteria, illeciti lucri, frode, falsità. Dolo, malizia, grave estorsione… venne multato di 5.000 fiorini con la clausola che se non li avesse pagati entro tre giorni tutti i suoi beni sarebbero stati confiscati, devastati e distrutti.
Tale condanna è custodita presso l’archivio di Stato di Firenze.
Sembra fuori di dubbio che dietro tale decisione vi fosse la mano di Bonifacio VIII
Dobbiamo attendere ben 600 anni per assistere ad una revisione della condanna, un regalo di papa Benedetto XV, che, in occasione della celebrazione dell’anniversario della sua morte, promulgò l’Enciclica “In Preclara Summorum” nella quale affermò l’intima unione di Dante con la Chiesa di Roma.
Un altro elemento che troppo spesso viene dimenticato è che una versione completa della Divina Commedia, non censurata dalla chiesa, fu pubblicata solo nel 1881.
Dante faceva paura e questo lo intuirono in molti.
Tra coloro che proposero un “Dante alternativo” troviamo molti intellettuali di appartenenza massonica: Rossetti, Pascoli, Guenon, Reghini e altri… tutti studiosi che si produssero in opere di rilievo che ponevano in evidenza alcune libere interpretazioni del pensiero del Poeta; libere dalle limacciose pastoie dei dogmi, libere di esprimere ciò che Dante voleva realmente raccontarci e che aveva velato con un sottile tessuto che impediva di comprendere a coloro che non avrebbero dovuto comprendere.
Un Dante nuovo, forse eretico, probabilmente cataro, averroista, sicuramente gnostico. Un Poeta che si considerava anche cattolico ma che desiderava essere inteso come la voce scomoda di un Cattolicesimo di natura gnostica.
Dante sceglie come guide per il suo viaggio un pagano (Virgilio), una donna assolutamente normale (Beatrice) e San Bernardo di Chiaravalle, il fondatore della Regola dei Templari.
Avrebbe sicuramente potuto operare delle scelte differenti… avrebbe potuto scegliere un Padre della Chiesa, una Santa e un Santo Apostolo…
Invece crea una squadra di guide quanto meno sorprendente… che ancora oggi lasciano molti studiosi fortemente perplessi.
Se poi ci impegnassimo a trovare delle spiegazioni alle sue improbabili scelte, potremmo rilevare che Virgilio, il sommo Poeta amato da Dante, descrisse nell’Eneide una discesa agli inferi di Enea e il suo ingresso nei Campi Elisi dove incontra il padre Anchise. Anchise si produsse in una dettagliata spiegazione della legge della Reincarnazione. Nel sesto libro dell’Eneide udiamo la voce di Anchise che ci racconta: “Son anime a cui sarà dato il corpo a tempo debito. Frattanto dimorano sulla riva del Lete e bevono l’oblio delle loro vite precedenti”.
Quindi la prima guida di Dante è un pagano che crede nella Reincarnazione… Dante stesso, avendo abbracciato la religione dei Catari… con ogni probabilità ci credeva anche lui…
Beatrice, da alcuni definita una buona figliuola, sposata De Bardi e morta di parto a 24 anni, non spirò ovviamente vergine, non fece miracoli e neppure azioni particolarmente virtuose che potessero giustificarne la presenza nella Rosa dei Beati.
Eppure Beatrice… assurge, senza possedere alcuna qualità che lo potesse giustificare, al ruolo di Santa. L’Unico serio motivo che potrebbe spiegare l’improbabile scelta del Poeta è quello proposta dai tanti studiosi, cui facemmo cenno in precedenza: non si tratta del personaggio storico, la nota Beatrice Portinari, che ha ispirato Dante, bensì della rappresentazione simbolica della Santa Sophia degli Gnostici.
Infine San Bernardo di Chiaravalle raccoglie il testimone nel XXXI Canto del Paradiso, conducendo Dante proprio là dove un buon cattolico non potrebbe mai pensare di giungere da vivo… ovvero al cospetto di Dio.
Si tratta di una grave eresia che ci avvicina molto al viaggio di Maometto, descritto dalla cultura islamica, al termine del quale il Profeta vede Dio.
Eresie dantesche come quella averroistica, catara, gnostica, delle quali parleremo in seguito, non possono che spiegare una viscerale diffidenza storica verso il Poeta da parte della Chiesa, diffidenza addolcita da un gesto di singolare riavvicinamento… che lascia ancora oggi molto perplessi gli studiosi.
Ciliegina sulla torta?… il notissimo verso “Papé Satan, papé Satan aleppe…” declamato dal demone Pluto all’inizio del VII canto dell’Inferno, significherebbe, secondo molti studiosi, Papa Satana, Papa Satana… primo tra tutti i demoni! Il termine “Aleppe” deriverebbe, infatti, dalla lingua ebraica, dove l’Aleph rappresenta la prima lettera dell’alfabeto e, di conseguenza, il concetto di Primo. Bonifacio VIII non rappresentava certo per Dante un esempio di cristiana virtù, quindi non mi stupisco più di tanto che questo papa possa aver scatenato la feroce ironia del Sommo Poeta.
La curiosa coincidenza temporale tra il settimo anniversario della morte del Poeta (14-sett-2021) e l’interminabile periodo di forzata reclusione, detto Lockdown, sembra indicarci che sia possibile intraprendere viaggi fuori dal tempo e dallo spazio, al fine di riscoprire dimensioni dell’anima, apparentemente sconosciute.
Il viaggio ultramondano del Sommo Poeta, è un magico percorso iniziatico declinato dalle rime incatenate dei suoi intramontabili endecasillabi, che ci conducono oltre le barriere artificiali di leggi e norme incomprensibili ai più, per offrirci la possibilità di volare tra le stesse dimensioni care ad un altro Iniziato da poco scomparso: Franco Battiato.
Nei testi di Battiato troviamo concreti spunti di riflessione che ci invitano a meditare sul senso dell’Esistenza e sugli aspetti più profondi della Vita. Il Poeta cantautore catanese è scivolato nella Nuova Dimensione il 18 maggio all’età di 76 anni: siamo nel 2021, l’anno di Dante.
La magia delle parole, della musica e dei versi, viene percepita e compresa dalle Anime sottili che si trovano a percorrere le vie articolate, e spesso tortuose, della nostra esistenza.
A scuola non ce lo hanno, forse, mai detto: i Viaggi di Dante sono tre perché il tre è un numero caro a Pitagora, e non è sicuramente un caso che tre siano le Cantiche e che la struttura della Commedia sia organizzata i terzine… la magia del numero tre meriterà un approfondimento che ci promettiamo di affrontare in un prossimo articolo.
L’inferno dantesco rappresenta l’incipit di tutto il viaggio. Dante è semi addormentato, si trova perso nel buio di una foresta, dove la dimensione reale si scioglie in quella onirica.
Dopo le note esperienze con le tre belve e l’incontro salvifico con l’anima di Virgilio, Dante vede la barca di Caronte, che dopo un breve dialogo con la sua Guida si allontana con il carico di dannati.
Dante si riaddormenta.
Risvegliatosi oltre l’Acheronte intraprende quel viaggio straordinario che lo farà discendere fino al centro della Terra, che coincide, nella visione tolemaica, con il centro dell’Universo.
Un viaggio in discesa tra ostacoli di varia natura, che lo metterà di fronte alla realtà fisica del male e delle pene che affliggono i dannati.
Riflettendo sulla realtà infernale di Dante potremmo anche non renderci conto che si stia parlano di esseri passati ad altra vita.
Le torture inflitte ai poveretti, con le strazianti immagini di sofferenza, pittorescamente immortalate da tanti artisti di ogni epoca, rappresentano scene a noi note, dove la crudeltà, il sadismo fine a se stesso, le violenze e i supplizi sono fatti di cronaca realmente accaduti.
A solo titolo d’esempio propongo la lettura di uno splendido articolo di Carlo Sartoris, relativo ai bambini congolesi resi schiavi nelle miniere di Litio, per fornire alla civiltà “avanzata” le pile dei cellulari: Nell’Inferno di Dante si soffre realmente e succedono atti di violenza in parte presenti nei luoghi delle nostre città. Il male è ubiquitario, la sua pervasiva presenza una drammatica certezza.
Dante, giunto al centro dell’Universo, incontra Lucifero: il male assoluto che sta masticando i traditori. Il demone agisce da catalizzatore alchemico. Operando esotericamente permette a Virgilio e a Dante di compiere una “rotazione” che consentirà ai due viaggiatori di effettuare un “raddrizzamento“, e di proseguire il viaggio verso la montagna del Purgatorio).
Il Purgatorio dantesco si presenta come una montagna simile, nella forma, alla cavità infernale; come se il “vuoto” della voragine dei dannati, come suggerisce lo stesso Dante, avesse creato con lo spostamento della materia, il “pieno” della montagna dell’espiazione.
La seconda parte del Viaggio procede in salita. Non più demoni malvagi ma angeli severi che trasmettono ai peccatori la necessità della pena e la speranza del riscatto in una nuova dimensione celeste.
Il secondo viaggio iniziatico è pervaso da una luce novella che illumina il cammino di Dante e Virgilio.
Giunti nel Giardino dell’Eden Dante incontra prima Beatrice e poi San Bernardo, e proseguirà senza fatica nel terzo viaggio che gli farà attraversare i nove Cieli, fino all’Empireo ove vedrà l’immagine di Dio.
La prima terzina del Paradiso recita:
La gloria di Colui che tutto move…
per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove…
l’ultima:
…ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
si come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Sembra evidente come il verbo “move” sia presente nel primo e nell’ultimo verso della Cantica, regalando al lettore una evidente analogia con l’Alfa e l’Omega, attribuendo al Creatore la chiusura di un cerchio di onnipotenza e onnipresenza.
Dio diventa contemporaneamente Trascendente, nella misura in cui sembra essere localizzato all’esterno della propria Creazione (Empireo), e immanente quando leggiamo:
…per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove…
Un Viaggio iniziatico non termina mai e il suo racconto esperienziale diventa “Guida metafisica” per i futuri viaggiatori.
Dante come Battiato hanno lasciato una straordinaria eredità spirituale ed entrambi ci invitano a cercare quel “Centro di Gravità Permanente”… che abbiamo imparato ad ascoltare… soprattutto con il cuore.
Pensieri liberi sulla visione dell’Universo di Dante Alighieri
La Divina Commedia, la Vita Nova ed il Convivio rappresentano delle autentiche miniere traboccanti di dati, di metafore, di allegorie e simboli, che inducono gli studiosi ad immergersi nel pensiero del più grande Poeta della storia.
In occasione delle celebrazioni per il settimo centenario dalla Sua morte, che avvenne, il 14 settembre 1321, si sono tenuti a ritmo serrato convegni, conferenze e approfondimenti pubblici, spesso utilizzando il nuovo strumento della “visione digitale”.
Un “effetto collaterale” della presenza di un virus che ha sicuramente cambiato molte delle nostre abitudini.
Conferenze on-line alle quali hanno potuto partecipare migliaia di persone, pubblicate successivamente sul web per consentire a chiunque di vederle o rivederle, sembrano aver sostituito le sale gremite con poche decine o forse qualche centinaio di individui.
Durante questi convegni abbiamo ascoltato numerosi studiosi descrivere con argomentazioni dettagliate, le proprie posizioni su un tema difficile e spinoso come quello della autentica fede religiosa di Dante.
Il Poeta sembra essere impermeabile alle riflessioni di letterati, filosofi e teologi, rendendo pleonastiche le loro affermazioni, a volte ridicolizzandole.
Dante seguace di Tommaso d’Aquino? Dante eretico cataro? Dante gnostico? Fedele d’Amore, Templare, Alchimista… Mago???
L’illusione, dovuta alla propria supponenza, ci induce a classificare l’inclassificabile, a circoscrivere nelle proprie convinzioni pseudo culturali, chi, come Dante, è assolutamente indecifrabile e inavvicinabile.
La Commedia, ad esempio, dovrebbe essere intesa analizzando tutti i sopracitati aspetti dello scibile, e molti altri, evitando le nefaste conclusioni semplicistiche che a partire dai banchi di scuola, sembrano infettare con la propria virale stupidità coloro che si avvicinano al Poeta per comprenderlo.
Il punto in effetti è proprio questo.
Come può essere possibile avere l’arroganza di pensare di comprendere un Poeta come Dante?
Solo un vero genio potrebbe tentare nell’impossibile impresa di svelare l’autentico pensiero, un genio che dovrebbe essere in grado di produrre, egli stesso, un capolavoro analogo al suo.
Un genio che dovrebbe possedere una cultura storica, scientifica e umanistica pari alla sua, una capacità creativa straordinaria da farlo innalzare alla gloria già in questa vita… proprio come successe a Dante.
Tornando alle considerazioni suggerite all’inizio nel Lavoro del Poeta troveremo delle affermazioni declinate dai dannati che potrebbero essere tanto false quanto vere. Le ipotesi, ad esempio, sulla trascendenza o immanenza di Dio, che tanti cervelli hanno fatto letteralmente fondere, restano senza apparente risposta.
Da un lato Tommaso d’Aquino propone una visione cristiana ove Dio risulterebbe essere una presenza trascendente, tale ipotesi sarebbe dimostrata dal fatto che Dante “vede” realmente il volto di Dio, quindi si potrebbe essere indotti a pensare che il Creatore si trovasse in un punto noto del Paradiso, in un angolo del Cielo ben preciso e geograficamente identificato.
Eppure, Dante, sembra prendersi gioco di tale banalissima interpretazione offrendo una insolita chiave di lettura del Paradiso a tutti coloro che non si accontentano delle prime interpretazioni:
nella prima terzina del I Canto del Paradiso leggiamo:
La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Nell’ultima terzine e nel verso orfano del XXXIII Canto del Paradiso leggiamo:
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
Trovare nel primo e nell’ultimo verso della Cantica la parole “move”, conoscendo un poco Dante, sembra evidentemente una voluta coincidenza.
In effetti come molti critici hanno notato, Dante, apre e chiude un cerchio che rappresenta la vera metafora del Paradiso.
Un cerchio non ha inizio e fine e non presenta un punto preciso che possa identificare sulla circonferenza né il Creatore, né qualsiasi espressione di trascendenza.
…per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
Per coloro che nutrissero dubbi a riguardo basti la semplice lettura di questi versi che seguono il primo.
La Presenza di Dio è percepita in tutto l’universo, con delle gradazioni che sono il frutto delle potenziali capacità di comprensione dei singoli esseri che popolano il Creato.
Sembra chiaro che al centro della Terra, il punto più fondo e oscuro dell’Universo, la presenza divina possa essere difficilmente percepita, ma questo è solo un problema del percipiente… non di Dio…
Nell’illuminante commento della compianta Anna Maria Chiavacci Leonardi, leggiamo a proposito degli ultimi versi:
…ma già volgea…: ma anche se non si vede più, ora che la visione si è dileguata dalla sua mente, egli è ormai già stabilito nell’eterno e non mutabile stato d’amore che volge intorno a Dio l’universo. Quello stesso amore che muove gli astri (quindi eternamente uguale) volgeva il mio desiderio e la mia volontà come una ruota che si muove di moto uniforme…
La presenza pervasiva del Creatore non è forse sinonimo di immanenza?
Una risposta corretta, a mio modesto avviso, potrebbe essere: anche!
Per definire Dio dovremmo esser come Lui o più grandi di Lui.
Una pulce non potrà mai avere una precisa idea di come sia fatto un elefante anche se è nata e vissuta sulla sua spessa epidermide.
Limitiamoci quindi a studiare e ad approfondire sia Dante che Dio senza l’arrogante pretesa di comprende né l’uno né l’Altro.
Giordano Bruno qualche secolo dopo il Poeta giunse alla felice conclusione che Dio fosse Immanente e Trascendente al tempo stesso, forse parafrasando i mistico cabalista Moses Cordovero, che nel XVI secolo pubblicò il Pardes Rimonim, il Giardino dei Melograni, descrivendo il concetto di divinità, Ayn Soph, come un’Entità così indefinibile da non essere neppure lontanamente determinabile …
Quando la stupidità umana prende forma…
La follia di questo inizio di millennio sembra competere unicamente con l’indifendibile stupidita’ di alcuni pseudo intellettuali.
Alla vigilia del settecentesimo anniversario dalla scomparsa del Poeta vediamo nascere sul web, e non solo, alcune considerazioni che solleciterebbero una censura alla Divina Commedia. Tale atteggiamento potrebbe ricordare vagamente quella operata dall’inquisizione medievale.
Dante pone Maometto all’inferno… cosa verissima, anche se qualche legittimo dubbio proposto dallo studioso arabo, Fuad Kabazi, sembrerebbe suggerire che i versi riferiti al Profeta siano stati rimaneggiati dal figlio Pietro Alighieri.
Molti si domandano, infatti, perché Maometto avrebbe dovuto preoccuparsi di Fra Dolcino.
Molti si chiedono perché mai il Profeta avrebbe dovuto suggerire a Dante di avvisare il frate eretico dell’imminente “caccia alle streghe” ordita dal vescovo di Vercelli contri i dulciniani… Dante avrebbe tranquillamente potuto inserire con lo stesso ruolo di intercessore Edgardo Segarelli, fondatore dell’Ordine e arso vivo nel 1300.
Per coloro che fossero interessati, rimando ad un precedente articolo:
Ma il punto non è questo.
Il fatto clamoroso consiste nel proporre l’abolizione dello studio della Divina Commedia nelle nostre aule, per la sola ragione che i musulmani potrebbero risentirsi.
Sarebbe come dire che il Comune di Roma dovrebbe abbattere il Colosseo perché la memoria di tanti cristiani sbranati dalle bestie feroci potrebbe offendere la sensibilità degli attuali credenti.
Se quei novelli inquisitori, privi di sostanza grigia, avessero letto con profitto la Divina Commedia avrebbero sicuramente notato che Dante pone nel Limbo, con considerevole ammirazione, gli altri tre musulmani citati nel Suo capolavoro: Avicenna, Averroe’ e il Saladino.
I tre rappresentanti dell’Islam vengono rispettati nei loro ruoli di sapienti e di grande condottiero.
Nell’inferno dei musulmani, invece, vi sono soprattutto donne e infedeli.
Il rapporto del Poeta con l’Islam è stato di grande rispetto e di grandissima considerazione. Attraverso la lettura dei testi del Suo maestro Brunetto Latini, Dante, comprese il vero valore degli scritti islamici, modificò la propria “visione del mondo” arricchendola con le scoperte dei dotti intellettuali musulmani.
Di cosa abbiamo paura? Di non essere politicamente corretti? Di essere così stupidi da preoccuparci di come i cristiani percepissero i musulmani al tempo delle crociate? O di come venissero a loro volta percepiti?
Io mi preoccuperei di veder censurato il Lavoro poetico più importante della Storia, un Lavoro riconosciuto come unico e studiato in tutte le Università del Pianeta.
Mi preoccuperei del fatto che alcuni di quei “dissidenti integralisti” possano occupare una cattedra e insegnare ai nostri figli…
Cosa hanno compreso della nostra Storia e della nostra Letteratura se esprimono tali becere considerazioni?
Si tratta forse di una forma attuale di damnatio memoriae, dove l’iconoclastia degli antichi e irresponsabili distruttori di immagini, viene oggi sostituita dall’arroganza di novelli inquisitori, illetterati e indegni rappresentanti della cultura scolastica?
Perché quelle stesse persone non propongono di estirpare la memoria della Shoa, di distruggere i campi di concentramento e di eliminare i documenti che hanno decretato l’eccidio del popolo ebraico? Non stiamo forse offendendo, con il ricordo di quegli eventi, la sensibilità di molti tedeschi innocenti che vivono nell’epoca presente?
Come sempre il buon senso e l’intelligenza dovrebbero essere utilizzati nell’affrontare temi di qualsivoglia natura: quando qualche sconsiderato partorisce delle autentiche idiozie lo si dovrebbe prendere per mano, addolcirgli la bocca con una caramella al miele e spiegargli che gli eventi della Storia non vanno mai dimenticati, ma contestualizzati, studiati e compresi a fondo per evitare di commettere nuovamente i medesimi errori… dovremmo spiegargli che quasi tutte le religioni hanno espresso, nel tempo, il loro lato peggiore, un lato che prende il nome di integralismo e di dogmatismo.
Solo la dantesca Canoscenza potrà salvarci… non certo la stupidità umana…
«Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36), ovvero “La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità.”
Aspetti meno noti del pensiero del Poeta
Il rischio di essere considerati complottisti, o forse eretici è grande. Ci accorgiamo tutti i giorni quanto sia difficile uscire dalle pastoie del pensiero unico, ovvero di quel modo becero e perbenista di piallare completamente le ideologie secondo schemi utili ai fini di qualche minoranza.
Coloro che si permettono di proporre qualche nuova suggestione o immagine che diverga dalla via tracciata dalle docenze accreditate, risultano essere blasfemi, folli e sicuramente in odore di eresia.
Consapevole di questo rischio mi addentrerò ugualmente negli ambiti più delicati di quel noto quarto livello di interpretazione del pensiero dantesco, definito Livello Anagogico o Esoterico, definito dallo stesso Dante “sovrasenso”.
Il Poeta ci suggerisce nel IX Canto dell’Inferno di alzare il Velame delli versi strani, per scoprire il significato che Egli stesso ha voluto celare ai lettori profani.
Come tutti sanno e come ci viene raccontato a scuola, Dante può essere letto in senso Letterale, Allegorico e Morale, rischiando così di perdere la rara opportunità di una comprensione più sottile e sicuramente molto più intrigante, donata dallo studio del linguaggio ermetico.
Nessuna magia, tranquilli. Solamente lo studio di alcuni passi che nascondono delle evidenze di grandissimo interesse per tutti.
Da questo approfondimento ricaveremo una opinione molto superficiale di quella che fu la weltanschauung di Dante, ovvero la Sua Visione del Mondo.
Per iniziare partiremo dal primo verso di tutta la Commedia:
Nel mezzo del cammin di nostra vita…
Tale incipit viene normalmente inteso come “Nel mezzo del cammino della vita del Poeta”, vita che durava in media 70 anni. Quindi il “Nostra” viene letto come pluralis maiestatis e attribuito a se stesso quando aveva circa 35 anni.
Difficile ovviamente conoscere la data precisa in cui Dante iniziò il Suo capolavoro. Dante nasce nel 1265 e secondo le Fonti potrebbe aver iniziato l’Inferno tra il 1304 e il 1306, quindi avrebbe avuto circa 40 anni.
A parte questa insignificante discrepanza di 5 anni, potrebbe essere corretto formulare una differente ipotesi: Dante, uomo coltissimo e preparatissimo in tutti i campi, aveva studiato nella prestigiosa biblioteca di Brunetto Latini, aveva avuto contatti con le maggiori menti dell’Islam e con tutte le maggiori intellighenzie della sua epoca. Le menti eccelse frequentavano le nobili casate italiane che, soprattutto durante il suo esilio, si spesero per ospitarlo.
Non dovremo quindi stupirci se Dante abbia cercato di trasmetterci dei frammenti di autentica “Canoscenza”, nascondendo la Verità tra le pieghe dei veli che coprono le perle che non vanno gettate ai porci.
Se il poeta avesse inteso parlare della propria vita avrebbe potuto tranquillamente scrivere:
Nel mezzo del cammin della mia vita…
Senza corrompere la metrica in alcuna misura.
La mia ipotesi è che abbia deliberatamente scritto “nostra” per specificare che si tratta della vita di tutta l’Umanità nel suo insieme.
Quali prove abbiamo?
Nel canto XXVI del Paradiso, Adamo, che finalmente può incontrare Dante afferma che rimase nel Limbo per 4302 anni dopo essere vissuto per 930 anni.
così pure nel canto XXI dell’Inferno, il diavolo Malacoda afferma che erano trascorsi 1266 anni da quando era crollato il ponte sulla sesta bolgia, a causa del terremoto che scosse la terra nell’ora della morte di Gesù.
Considerando che Adamo vide il sole tornare al suo punto di partenza per 930 volte, cioè visse 931 anni e che il compimento dei 1266 anni dalla frana del ponte della sesta bolgia era avvenuto il giorno prima (per cui Dante inizia il viaggio nell’anno 1267 dalla morte del Redentore), allora sommando il numero di anni che si ottengono da queste informazioni arriviamo a 4302+931+1267=6500 anni, corrispondenti esattamente alla metà del ciclo che Dante attribuisce alla storia umana.
il secondo e ultimo periodo di 6500 anni dovrà iniziare nel 1300 e durare fino al Giudizio universale. Troviamo nel Paradiso al IX Canto (40) il riferimento mancante:
Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s’incinqua: 40
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua.
E’ Cunizza da Romano che parla e si riferisce alla cara gioia, che è Folchetto da Marsiglia, un trovatore occitano. La sua fama resterà a lungo immortalata, perché l’anno è il 1300, e quell’anno, ancor s’incinqua, ovvero lo si dovrà moltiplicare per 5.
Il 1300, moltiplicato per 5, ci porterà al valore di 6500, che sommato all’anno 1300, il punto Zero in cui Dante scrive la Commedia, porterà il Giudizio Universale all’anno 7.800.
La somma di questi due periodi equivale, con un’approssimazione davvero ragguardevole, alla durata del semiciclo precessionale (13.000 anni contro 12.888 anni).
Secondo Dante il Mondo nasce nel 5200 a.C. e terminerà con l’Apocalisse del 7800.
Accettando questa ipotesi, ammetteremo che Dante abbia voluto dirci che conosceva il fenomeno astronomico della Precessione degli Equinozi, descritta da Ipparco da Nicea (200 a.C., 120 a. C.).
Dobbiamo ricordare che nel II secolo dopo la nascita di Cristo, Tolomeo elaborò l’Almagesto, nel quale definì, raccogliendo i risultati degli studi di greci e caldei, l’ipotesi geocentrica che prevede una Terra fissa al centro dell’universo, intorno alla quale ruotano il sole, la luna, le stelle mobili (pianeti) e tutte le stelle fisse.
Sebbene la struttura della Commedia avesse come riferimento l’ipotesi geocentrica di Tolomeo, l’introduzione della Precessione degli equinozi di Ipparco da Nicea, dona al’opera una nota di grande modernità.
Il fenomeno della Precessione nasce dall’osservazione dello spostamento del Polo Nord celeste nell’arco di un lungo periodo.
Osservando il cielo a distanza di anni potremo notare che le stelle che vengono intercettate da un ipotetico prolungamento dell’asse terrestre che si proietta sulla volta stellata, cambiano lentamente, lascando il posto ad altre che sono loro vicine.
Per fare un esempio: ora il polo Nord celeste intercetta “Polaris”, la Stella Polare della Costellazione dell’Orsa minore, tra circa 13.000 anni intercetterà “Vega”, della Costellazione della Lira.
L’asse terrestre compie, grazie alla precessione, un moto retrogrado della durata di quasi 26.000 anni, formando un cono di circa 47 gradi di angolo al vertice.
La cosa più straordinaria è che le più note rappresentazioni grafiche della struttura Infernale di Dante, presentano una forma conica esattamente sovrapponibile a quella del cono precessionale.
In particolare l’astronomo fiorentino Antonio Manetti, 1423-1497, osservò che la base del cono infernale ha un diametro di 3.250 miglia, pari al valore del raggio terrestre.
Il fatto che il cono dell’ “etterno dolore” (If., III, 2), arrivi al centro della Terra, ci dà la perfetta corrispondenza con il movimento circolare che l’asse terrestre compie intorno all’eclittica; Dante partendo dall’Inferno stesso, ci consente di arrivare al secondo indizio della precessione equinoziale.
Se questa ipotesi risulterà credibile dovremo ammettere che le conoscenze in campo astronomico del Poeta fossero straordinariamente avanzate e che il Suo Capolavoro possa essere considerato una autentica miniera di straordinarie informazioni.
Un’altra suggestione ci viene offerta da una seconda interpretazione diversamente canonica di un passo del Purgatorio:
I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
oh settentrïonal vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!
Com’io da loro sguardo fui partito ,
un poco me volgendo a l’altro polo ,
là onde ’l Carro già era sparito,
Secondo la geografia dantesca la Terra è sferica, nella parte Boreale (nord) sono radunate tutte le terre emerse, in quella Australe (sud) tutte le acque.
Nell’emisfero Sud sorge la montagna del Purgatorio, creatasi dal ritirasi della massa di roccia che manca nella voragine infernale.
In altre parole: Lucifero si ribella a Dio e precipita sulla Terra nei pressi dell’attuale Polo Sud. Cadendo va a conficcarsi al centro della Terra che coincide anche con il centro dell’Universo. Le terre, terrorizzate dalla inaspettata presenza del Maligno, si ritraggono formando sul lato australe la montagna del Purgatorio.
Sulla cima del Purgatorio, Dante situa il Paradiso Terrestre, nel quale viveva la “Prima Gente”, Adamo ed Eva.
Se il Purgatorio si trova in coincidenza del Polo Sud anche il Paradiso Terrestre sarà orientato nello stesso modo e l’asse terrestre che attraverserà il Purgatorio andrà a individuare, sulla Volta celeste, le stelle del Polo Sud.
Tale stelle, come sappiamo, fanno parte della Costellazione della Croce del Sud e sono quattro.
Quindi mi sembra lecito dedurre che Dante, sulla cima del Purgatorio, possa vedere le quattro stelle della Croce del Sud, quelle stesse stelle viste solo dalla Prima Gente, Adamo ed Eva.
Dante si trova con Virgilio nell’emisfero Boreale e osserva le stelle di quella parte di cielo.
Ovviamente, come si deduce dalle seguenti terzine, il cielo Boreale è vedovo di quelle poiché non le può ammirare, Dante tenta quindi di osservare l’altro Polo, il Polo Nord, ma non può scorgere il Carro dell’Orsa Minore:
… là onde ’l Carro già era sparito …
Come potesse Dante conoscere l’esistenza delle stelle dalla Croce del Sud è un’altra questione.
Le prime rappresentazioni cartografiche della Croce del Sud, alla quale Dante sembra qui riferirsi, sono quelle rispettivamente di Petrus Plancius del 1598 e di Jodocus Hondius del 1600. Sebbene qualche anno prima venisse fatta da Andrea Corsali, 1516, una descrizione suggestiva della Croce del Sud: «così leggiadra e bella che nessun altro segno celeste vi può esser paragonato». Quindi dovremmo attendere tre secoli per poter osservare una costellazione posta sotto il 27° parallelo di latitudine Nord, ossia dalle isole Canarie o, sul lato opposto dell’Africa, dall’estremità meridionale della Penisola del Sinai.
La spiegazione di questa appartente incongruenza viene, facilmente, risolta dai verificati scambi culturali che Dante condivideva con il mondo islamico.
I commercianti arabi, viaggiando nelle zone nordafricane si saranno sicuramente spostati sotto il 27° parallelo che si trova a Nord del Tropico del Cancro (23°, 27’), riuscendo ad osservare per intero la Croce del Sud che è visibile tutto l’anno e che fa da controparte australe all’asterismo del Grande Carro, consentendo di individuare il polo sud celeste.
Da queste semplici osservazioni geografiche emerge l’inconsistenza delle interpretazioni di troppi critici letterari che definiscono le quattro stelle … le quattro Virtù Cardinali…