Sincronicità e serendipità

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Giancarlo Guerreri

Vi sono termini che compaiono a volte all’improvviso, balzando agli occhi di chi...

Vi sono termini che compaiono a volte all’improvviso, balzando agli occhi di chi li legge, creando stupore o perplessità.

 

Parole poco utilizzate che sembrano contenere significati poco noti, se non addirittura misteriosi.

I due termini menzionati nel titolo, la sincronicità e la serendipità, oltre ad essere utilizzati raramente nel linguaggio comune nascondono all’interno dei loro rispettivi significati la presenza di una visione della realtà immersa nel misterioso mondo della metafisica.

La Sincronicità è strettamente legata a Carl Gustav Jung, il grande psicologo svizzero che definì l’inconscio collettivo espresso attraverso gli archetipi, oltre all’ inconscio individuale (o personale).

Jung descrisse la vita dell’ individuo come un processo di individuazione e di realizzazione del sé personale a confronto con l’inconscio individuale e collettivo. Lo psicologo svizzero si interessò anche di spiritualismo, paranormale, spiritismo, sciamanesimo, astrologia, storia delle religioni, ufologia, alchimia, fisica quantistica ed esoterismo. Nota è la sua collaborazione e il suo carteggio con lo scienziato Wolfgang Pauli.

Jung introdusse il concetto di sincronicità definendolo come un principio di nessi acausali ovvero un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro, ma non in maniera causale.  Due eventi che pur essendo collegati in qualche modo non influiscono direttamente l’uno sull’altro; essi apparterrebbero piuttosto a un medesimo contesto o contenuto significativo, come due orologi posti a grande distanza ma che siano stati sincronizzati su una stessa ora.

Jung definisce la sincronicità come la descrizione di eventi che si basano sulla simultaneità di due diversi stati mentali.

Nelle sue parole: «Gli eventi sincronici si basano sulla simultaneità di due diversi stati mentali.» «Ecco quindi il concetto generale di sincronicità nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato. Il termine si oppone al ‘sincronismo’, che denota la semplice simultaneità di due eventi. La sincronicità significa quindi anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi collaterali significanti in relazione allo stato personale del momento, e – eventualmente – viceversa.» «Voglio dire per sincronicità le coincidenze, che non sono infrequenti, di stati soggettivi e fatti oggettivi che non si possono spiegare causalmente, almeno con le nostre risorse attuali.» Per Jung, dunque, la sincronicità si manifesta quando eventi esterni e interni si verificano contemporaneamente in un modo che va oltre la spiegazione causale. Questi eventi possono sembrare casuali, ma sono legati da un significato intrinseco che riflette un’intelligenza o un principio ordinatore che trascende la razionalità».

«Voglio dire per sincronicità le coincidenze, che non sono infrequenti, di stati soggettivi e fatti oggettivi che non si possono spiegare causalmente, almeno con le nostre risorse attuali.»

«Sia la concezione primitiva sia la concezione antica e medioevale della natura presuppongono l’esistenza, accanto alla causalità, di un simile principio. Fino a Leibniz la causalità non è né unica né predominante. Nel corso del diciottesimo secolo essa è poi diventata il principio esclusivo delle scienze naturali. Con l’ascesa delle scienze naturali nel diciannovesimo secolo la corrispondentia è tuttavia scomparsa dal quadro.»

(C.G. Jung, Synchronizität als ein Prinzip akausaler, 1952)

Pur essendo un termine coniato di recente, il concetto junghiano di sincronicità ha un’origine rintracciabile nella tradizione filosofica del neoplatonismo.

La presenza del divino nelle vicende del mondo venne intesa successivamente dagli stoici come syn-pathèia, in virtù della quale essi ritenevano che qualsiasi evento, anche minimo o assai distante, si ripercuotesse su ogni altro, in contrapposizione alla concezione puramente meccanicista degli epicurei.

Potremo notare, a questo punto una notevole somiglianza con quello stranissimo fenomeno della fisica quantistica che va sotto il nome di Entanlglement. Ovvero quel nesso causale che mette in relazione due particelle, fotoni o protoni che siano, e che rivela come il cambiamento di stato di una particella possa generare un istantaneo cambiamento anche nella particella che risulta essere, in qualche modo, legata alla prima, indipendentemente dalla distanza e addirittura dal tempo che le separa.

Ai giorni nostri la contrapposizione dialettica con l’entanlglement la possiamo trovare nello Scientismo, ovvero quella interpretazione materialista della vita che promuove la scienza come unica fonte di conoscenza affidabile e che tutte le questioni debbano essere risolte attraverso il metodo scientifico.

Fu con la nozione di Anima Mundi, formulata da Plotino che si iniziò a prefigurare una spiegazione sincronica dei fenomeni naturali.

Questo concetto filosofico rappresentava e rappresenta il principio unificante della natura, regolato da intime connessioni tra le sue parti, esattamente come un organismo da cui prendono forma i singoli esseri viventi.

Tali esseri, pur articolandosi e differenziandosi ognuno secondo le proprie specificità individuali, risultano essere legati tra loro da una tale comune Anima universale:

«… coloro che credono che il mondo manifesto sia governato dalla fortuna o dal caso, e che dipenda da cause materiali, sono ben lontani dal divino e dalla nozione di Uno.»

(Plotino, Enneadi, VI, 9)

Fu l’umanista Marsilio Ficino nel Rinascimento a spiegare come l’astrologia vada intesa non come capacità degli astri di esercitare un influsso diretto sugli eventi umani, bensì come una forma di corrispondenza e interdipendenza di ogni parte dell’universo. Queste relazioni andrebbero interpretate secondo l’esperienza psicologica dell’anima, alla quale è attribuita dunque una centralità del tutto particolare. In altre parole tale esperienza diventerebbe precorritrice delle nozioni junghiane di sincronicità e inconscio collettivo.

Un concetto altrettanto interessante è quello di Serendipità.

La serendipità è la capacità di fare scoperte fortunate e inaspettate, spesso grazie a una combinazione di caso e intuizione. Il termine deriva dal racconto persiano “I tre principi di Serendippo“, in cui i protagonisti scoprono cose meravigliose per caso.

La serendipità può essere intesa anche come la capacità di rilevare e interpretare correttamente, e in forma nuova, un fenomeno occorso in modo del tutto casuale, durante una ricerca orientata verso altri campi d’indagine.

Può infatti succedere che durante una ricerca particolare lo studioso possa avere una sorta d’illuminazione che gli consente di trovare nuove e inaspettate applicazioni dell’oggetto della propria ricerca. Ovviamente si tratta di una capacità legata all’apertura mentale, all’immaginazione o alla curiosità del ricercatore, in pratica si tratta di una particolare abilità che si può coltivare con metodo e capacità d’osservazione.

Forse, come esiste una dimensione metafisica che interpreta la sincronicità, potrebbe anche esistere una spiegazione meno scientista in grado di mettere in relazione le fortunate illuminazioni di un ricercatore con qualche causa più sottile, che prenda in considerazione le reti e le connessioni psicologiche che danno origine al fenomeno della serendipità.

Un approfondimento ulteriore ci costringerebbe a trovare delle risposte alla fatidica domanda: “Dove sono le idee che non abbiamo ancora?…”

Ci riserviamo di affrontare questo argomento in futuro, investigando anche su quelle che vengono comunemente definite: Memorie Akasiche.

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