Nel 1919 Miguel Asin Palacios pubblicò un libro che fece scandalo e che fu considerato un terremoto letterario.
Il titolo completo del testo originale, scritto dello spagnolo Miguel Asin Palacios, è: “L’escastologia islamica nella Divina Commedia”.
Nel 1919 veniva pubblicato un saggio piuttosto corposo che metteva in discussione l’originalità dell’impianto strutturale della Divina Commedia.
I critici del tempo si scatenarono in feroci critiche, escludendo senza mezzi termini che Dante avesse potuto essersi ispirato a delle fonti islamiche.
Oggi non ci sembra di scorgere nulla di male in tale ipotesi, anzi significherebbe che la cultura di Dante comprendesse e contemplasse anche le tesi esposte nei testi arabi.
Come vedremo in un prossimo articolo, esistono alcune differenze legate a interpretazioni differenti dei testi originali, differenze che esprimono una indiscussa e originale creatività del nostro Poeta.
Quando, nel 1919, venne pubblicato i testo di Palacios non era ancora a disposizione una traduzione del “Libro della Scala”, il testo arabo che narra dell’ascensione di Maometto al Regno di Dio.
Nella seconda metà del XIII sec. re Alfonso di Castiglia fece tradurre da un sapiente medico ebreo, Abraham Alfaquim, una delle versioni in lingua araba di un Kitab al-miraj, che circolavano in Andalusia.
Sucessivamente il notaio Bonaventura da Siena, in Castiglia, produsse una traduzione in lingua latina (Liber Scalae Machometi), nonché un’altra in francese.
Lo studioso Prof Enrico Cerulli sostiene che Dante avrebbe potuto tranquillamente studiare le traduzioni del Bonaventura e trarre ispirazione sia per gli aspetti topografici che per la Legge del Contrappasso, presenti nella Divina Commedia.
L’ipotesi “eretica” esposta da Palacios nel 1919, trovò conferma nel 1944, in uno studio di Ugo Monneret de Villard su un testo di San Pedro Pascual (1229-1301), presente in un codice dell’Escurial di Madrid.
“Nel testo in questione, Maometto è destato nel suo letto alla Mecca dall’angelo Gabriele, è fatto montare sul destriero alato Buraq, condotto a Gerusalemme, e di qui fatto ascendere in cielo per la fulgida “scala” (mi’ raj) che dà nome al libro.
Egli vede l’angelo della morte, un altro in forma di gallo, un terzo metà di fuoco e metà di neve, e attraversa i sette cieli incontrando in ognuno un profeta, fino al trono di Dio; visita quindi il Paradiso con le sue delizie di natura e d’amore, e riceve da Dio il Corano, con i precetti delle orazioni quotidiane e del digiuno.
Passato poi all’Inferno, ne percorre le sette terre, e ne contempla i diversi tormenti, ascoltando da Gabriele le spiegazioni sul giorno del giudizio e la prova del ponte as-S?irat. Tornato infine sulla terra, tenta invano di convincere i suoi concittadini della Mecca (Meccani) sulla verità della sua visione, che per suo invito trascrivono e autenticano i suoi fidi Abu Bekr e Ibn Abbas”.
Particolare di grande interesse è che ognuno dei sette Cieli è presidiato da un profeta:
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Primo Cielo Profeta Adamo.
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Secondo Cielo Profeta Giovanni Battista e Gesù.
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Terzo Cielo Profeta Giuseppe.
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Quarto Cielo Profeta Enoch.
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Quinto Cielo Profeta Aronne.
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Sesto Cielo Profeta Mosé.
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Settimo Cielo Profeta Abramo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Isra’_e_Mi’raj
Durante un suo noto intervento Umberto Eco ci ricordò che:
“È ormai assodata l’influenza di molte fonti musulmane sull’autore della Divina Commedia. Ma oggi, turbati dalla violenza fondamentalista, tendiamo a dimenticare i rapporti profondi tra la cultura araba e quella occidentale…
… Nel 1919 Miguel Asín Palacios pubblicava un libro (“La escatologia musulmana en la Divina Comedia”) che aveva fatto subito molto rumore.
In centinaia di pagine identificava analogie impressionanti tra il testo dantesco e vari testi della tradizione islamica, in particolare le varie versioni del viaggio notturno di Maometto all’inferno e al paradiso.
Specie in Italia ne era nata una polemica tra sostenitori di quella ricerca e difensori dell’originalità di Dante. Si stava per celebrare il sesto centenario della morte del più “italiano” dei poeti, e inoltre il mondo islamico era guardato piuttosto dall’alto al basso in un clima di ambizioni coloniali e “civilizzatrici”: come si poteva pensare che il genio italico fosse debitore delle tradizioni di “extracomunitari” straccioni?… “
Umberto Eco, come Enrico Cerulli, afferma che Dante avrebbe potuto conoscere il contenuto del testo arabo:
“Poteva conoscere Dante questa storia del viaggio nell’oltretomba del Profeta? Poteva averne avuto notizia attraverso Brunetto Latini, suo maestro, e la versione latina del testo era contenuta in una “Collectio toledana”, dove Pietro il Venerabile, abate di Cluny, aveva fatto raccogliere testi arabi filosofici e scientifici – tutto questo prima della nascita di Dante”.
Ritornando al testo arabo ricapitoliamo alcuni concetti per cogliere le differenze/analogie con il viaggio dantesco.
Maometto viene svegliato presso la Mecca dall’angelo Gabriele e inizia quello che viene definito “Il viaggio notturno del Profeta Maometto”.
L’arcangelo Gabriele condurrà Maometto ad attraversare il Paradiso per raggiungere Dio dopo aver percorso sette Cieli, per poi giungere all’Inferno, che nella visione maomettana si estende per sette terre.
In questa versione dell’oltretomba islamico, dunque, manca il Purgatorio. L’aldilà è diviso solamente in due regni.
Il viaggio di Dante, come tutti sanno, inizia nell’ inferno e si conclude nel Paradiso con la visione di Dio.
Nel Viaggio di Maometto, il percorso procede all’inverso: il Profeta sale al Paradiso, dove incontra diversi profeti appartenenti alla tradizione ebraica, quindi scende negli Inferi.
Un fatto curioso è che il Purgatorio è stato introdotto verso la fine del XII secolo mentre la relativa dottrina venne definita dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel concilio di Trento, nel 1563.
Dante ha quindi ripreso i canoni del Concilio di Lione per descrivere un “Luogo“, relativamente recente, che gli arabi non avevano sicuramente ipotizzato.
Un alto fatto, ancora più curioso, è che vi sono molte narrazioni di famosissimi mistici di ambo i sessi che descrivono le proprie visioni delle anime del Purgatorio, uno tra tutti è San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), la terza e ultima guida di Dante, che con il suo noto “Elogio della nuova cavalleria” (De laude novae militiae ad Milites Templi), ispirò papa Onorio II a formulare la Regola dei Templari.
Un breve confronto tra le dimensioni infernali descritte nella Divina Commedia e nel Viaggio notturno di Maometto
Parte prima: https://civico20-news.it/cultura-e-spettacolo/dante-e-lislam-prima-parte/06/08/2024/
Nell’articolo precedente abbiamo proposto alcune impostazioni letterarie che potrebbero suggerire l’idea che Dante abbia potuto ispirarsi ad alcune fonti islamiche, per comporre la Divina Commedia.
Entreremo ora maggiormente nel dettaglio per verificarne la autenticità.
Come sappiamo la Commedia di Dante inizia con un primo Canto con funzione di Prologo, prosegue con 33 Canti dedicati all’Inferno, 33 al Purgatorio e 33 al Paradiso.
L’Inferno è rappresentato come un cono rovesciato con l’ingresso situato vicino a Gerusalemme, e giunge fino al centro della Terra.
L’inferno è, a sua volta, composto da una Anti-Inferno e da 9 cerchi concentrici, sempre di diametro inferiore, che terminano nel lago Cocito ove si trova l’Angelo del male: Lucifero.
Nei primi versi del poema l’autore è descritto come smarrito e trasognato… pien di sonno:
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, 10
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
(Inferno, I Canto)
Successivamente il Poeta incontra tre belve: una lonza, un leone e una lupa, che concordemente la critica associa a tre peccati capitali, Lussuria, Superbia e Avidità.
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, 31
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
(Inferno, I Canto)
Ricapitolando: Dante si trova semiaddormentato nei pressi di Gerusalemme, inizia un viaggio misterioso, all’inizio del quale incontra tre belve che gli ostacolano il passaggio.
Nel testo islamico, il Profeta Maometto viene svegliato presso la Mecca dall’Angelo Gabriele e condotto nei pressi del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Durante il viaggio incontra due uomini e una donna che cercano di fermarlo per parlargli di un messaggio dedicato a lui e la sua Comunità. Si tratta di un Apostolo del Cristianesimo, un Apostolo dell’Ebraismo, mentre la donna rappresenta la Vita terrena.
Maometto non si ferma e prosegue senza farsi influenzare.
Dopo una breve purificazione del cuore, Maometto, viene trasportato a cavallo di Baruck, un puledro dalla testa di donna, in una sorta di viaggio verticale, diretto verso il Trono di Dio.
Leggiamo dal testo:
…“Poi Gabriele, la pace sia su di lui, mi condusse alla Roccia ed ecco la Scala calata verso la Roccia giù dalle nuvole del cielo. Mai vidi cosa più bella della Scala! Un gradino è d’oro, un gradino d’argento, un gradino di berillo, un gradino di giacinto rosso. Gabriele mi strinse a sé proteggendomi con l’ala, poi mi baciò tra gli occhi e disse: «Sali, Muhammad»”…
Dopodiché Maometto, preceduto dall’Angelo Gabriele ascende verso Dio, incontrando i Profeti che gli aprono, via via, le porte dei vari Cieli. Giunto al quinto Cielo, il Cielo lucente controllato dal Profeta Abramo, Maometto prosegue il suo racconto:
…“Vidi una porta sulla quale, in due fasce calligrafiche, rilucevano e scintillavano le parole: Non c’è dio al di fuori di Dio, Muhammad è l’inviato di Dio, siano su di lui la preghiera e la pace. Non appena le ebbi lette il chiavistello cadde, la porta si spalancò e il mio sguardo corse dal quinto cielo fino ai confini della settima terra inferiore…
…C’era una Geenna oscura, intrisa dell’ira di Dio, il fumo saliva. Ed ecco un angelo immenso, spaventoso a vedersi, l’aria incollerita e molto infelice e l’aspetto ribelle. Aveva tra gli occhi una protuberanza tale che se mai si affacciasse con quella sulla terra, tutti perirebbero, fino all’ultimo, e i mari sprofonderebbero, e si frantumerebbero i monti…
…Io Maometto chiesi:
«Fratello mio, Gabriele, chi è quest’angelo che mi fa accapponare la pelle e mi raggela il cuore?» Rispose: «Amato di Dio, quello è Malik, il guardiano dell’inferno, che Dio ha creato colmo di collera e di furore. Fin da quando Dio lo creò e lo pose a guardia della Geenna, l’odio che egli nutre per i suoi nemici non fa che aumentare. Lui e Azraele, l’angelo della morte, non sorridono mai.
Secondo il Libro della Scala l’Inferno viene scorto da Maometto quando raggiunge il quinto Cielo. L’Angelo Malik socchiude la porta e gli permette di vedere in basso, probabilmente sotto terra, il Regno infernale.
Tuttavia l’ubicazione dell’Inferno è oggetto di divergenza tra le fonti: alcuni testi, lo situano nel primo cielo mentre altri, lo individuano nel mondo terrestre, sotto la crosta.
Nel Corano, manca una collocazione precisa dell’Inferno, ma le Tradizioni concordano nel localizzarlo al di sotto della crosta terrestre, con un’apertura sita nei pressi di Gerusalemme, presso o al di là del muro orientale del Tempio di Re Salomone.
Sempre nel Corano troveremo che l’Inferno “Ha sette porte e a ogni porta starà un gruppo separato di essi…” (Corano XV, 44).
Maometto chiede a Malik di mostrargli qualche scena infernale:
Vidi laggiù settantamila mari di liquidi infetti, il cibo dei peccatori, e settantamila mari di bevanda fetida, e settantamila mari di catrame, e settantamila mari di piombo fuso. Sulle coste di ogni mare ci sono mille città di fuoco…
…Vidi serpenti simili a lunghi tronchi di palma, e scorpioni grandi come muli. Vidi settantamila pozzi di freddo pungente. Vidi donne in lacrime, piene di dolore, gridano ma nessuno le ascolta, supplicano ma nessuno ne ha pietà.
Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono queste donne?» Rispose: «Sono le donne che si adornano per altri uomini, diversi dal loro marito». Vidi donne che portano calzoni di catrame, al collo catene e chiavistelli. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?» Rispose: «Sono le donne che disprezzano il marito e dicono: com’è orribile il tuo viso; oppure: com’è ripugnante il tuo corpo; oppure: com’è nauseabondo il tuo odore.
Ma colui che ha creato loro, ha creato anche i loro mariti, Egli è l’unico Dio. Non lo sapevano, forse?».
Vidi donne con il volto in fiamme, la lingua pendula sul petto. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?»
Rispose: «Sono le donne che, senza un motivo, chiedono al marito di ripudiarle». Vidi donne appese per i capelli, le cervella ribollivano come bolle il cibo in una pentola.
Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, e queste donne chi sono?» Rispose: «Sono le donne che non celano i capelli agli estranei». Vidi donne appese per i capelli, i seni incatenati con ceppi di fuoco. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?» Rispose: «Sono le donne che allattano i figli degli altri senza avere avuto il permesso dal marito».
Vidi delle donne con i piedi sulla lingua e le mani sulla fronte. Chiesi: «Fratello mio, Gabriele, chi sono?» Rispose: «Sono le donne che non si comportano bene nell’intimità, non adempiono all’abluzione legale, luride negli abiti e nel corpo, non si lavano dopo il mestruo né quando sono in stato di impurità maggiore; e non rispettano la preghiera tanto da trascurarne l’orario». Vidi donne sorde, mute e cieche che stavano dentro arche di fuoco, e dal loro cervello usciva un muco come quello che esce dal naso. Avevano i corpi putrefatti, mutilati dall’elefantiasi e dalla lebbra…
La descrizione infernale prosegue con descrizioni sempre più violente e terrificanti. Al termine dell’articolo potrete trovare il Link del testo completo.
Torniamo invece a Maometto, al punto in cui chiede all’Angelo notizie sull’origine e sulla struttura dell’Inferno:
Allora io gli dissi: «Tu dici il vero, ma ora ti chiedo di rispondere a una mia domanda». E lui disse: «Lo farò volentieri».
«Dimmi dunque com’è fatto l’inferno, e come sono fatti gli angeli che vi stanno e che vita vi conducono.» E subito prese a narrare: «Sappi, Maometto, che non appena creò l’inferno, Dio accese su di esso un fuoco che bruciò per settantamila anni, finché quel fuoco divenne tutto rosso. E poi sopra quel fuoco ne accese un altro per un tempo pari a quello, finché divenne tutto bianco. E dopo sopra quel fuoco ne accese un altro che durò per altri settantamila anni, finché divenne tutto nero, e più di ogni altra cosa oscuro.
E quel fuoco arde sempre in se stesso con una forza mirabile, ma senza gettare alcuna fiamma. Quanto agli angeli infernali, dei quali domandi, sappi che Dio li ha creati dal fuoco e che nel fuoco si nutrono. E se uscissero dal fuoco per un’ora soltanto, ne morirebbero, non potendo vivere senza di esso: così come i pesci senz’acqua. E come i pesci Dio li fece muti e sordi, e mise nei loro cuori tanta durezza e crudeltà che nessuno varrebbe a ridirlo: essi infatti non sanno far altro che torturare crudelmente e affliggere i peccatori. E Dio li fece muti e sordi affinché non udissero le voci e i lamenti dei peccatori che tormentano.
E li fece tanto crudeli affinché, se accadesse loro di vedere in qualche peccatore segni di pentimento, non ne tenessero alcun conto e non ne avessero pietà alcuna. I peccatori, oltre la pena del fuoco dell’inferno, ne hanno un’altra amarissima: perché gli angeli infernali li torturano e li battono ferocemente con enormi magli di ferro, a causa della loro grandissima crudeltà, come dice Dio nel Corano: “Ponemmo nell’inferno i nostri angeli forti e duri e crudeli affinché compissero e osservassero quel che noi comandammo; ed essi ci obbediscono in tutto”. E quando il tesoriere mi ebbe riferito tali cose, io e Gabriele lo lasciammo con non poco spavento. E proseguimmo oltre, fino a giungere al primo cielo, che è detto della luna.
Molto interessante, a mio avviso, il passaggio nel quale Malik descrive Dio che accende tre fuochi per nutrire gli Angeli infernali.
Tre fuochi di colori differenti: Rosso, Bianco e Nero.
Troveremo questa identica sequenza di colori nel XXXIV Canto dell’Inferno dantesco, riferita ai colori delle tre facce presenti sulla testa di Lucifero.
Si tratta di una sequenza che descrive, invertendoli, i colori delle note fasi alchemiche, Nero, Bianco e Rosso, Nigredo, Albedo e Rubedo.
Si potrebbe ipotizzare che una sequenza alchemica descritta al contrario, associata ai due ambienti infernali, possa rappresentare una sorta di contro iniziazione o di percorso associato alla dimensione demoniaca, una sorta di inversione simbolica del processo che, se condotto correttamente, dovrebbe portare alla Vera Luce.
Nel prossimo articolo metteremo a confronto le strutture topografiche descritte nella della Divina Commedia e nei testi arabi.
Per chi desiderasse approfondire rimandiamo al seguente Link:
https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/31579/21096/viaggio_notturno.pdf
Inferni a confronto
Entreremo ora nel dettaglio delle differenti topografie infernali declinate nella Divina Commedia e nei testi islamici.
Dante suddivide l’Inferno con uno schema, comprendente l’Antinferno, destinato agli Ignavi, e il Limbo, dove troviamo delle Anime “sospese” sull’Inferno, senza esserne preda.
Il Poeta, successivamente, distribuisce i dannati in 9 Cerchi, a loro volta suddivisi in Gironi, Bolge e zone.
Il 1° Cerchio comprende il Limbo, dal 2° al 6° troveremo dei Gironi riservati a singole tipologie di peccatori.
Il 7° Cerchio, quello dei Violenti, è diviso in 3 Gironi: Violenti contro il prossimo, contro se stessi e contro Dio.
L’8° Cerchio comprende 10 Bolge destinate ad accogliere altrettante categorie di peccatori.
Il 9° Cerchio è dedicato ai Traditori, reclusi in quattro zone: Caina per i Traditori dei parenti, Antenora per i Traditori politici, Tolomea per i traditori degli Ospiti e Giudecca per i Traditori dei benefattori.
Una sintesi dei Cerchi, dei Gironi e delle Bolge con le tipologie di peccatori:
Antinferno
1° Cerchio – Limbo
2° Cerchio – Lussuriosi
3° Cerchio – Golosi
4° Cerchio – Avari e Prodighi
5° Cerchio – Iracondi e Accidiosi
6° Cerchio – Eretici
7° Cerchio – Violenti ( contro il prossimo – contro se stessi – contro Dio)
8° Cerchio – Fraudolenti (Seduttori – Adulatori – Simoniaci – Indovini – Barattieri
Ipocriti – Ladri – Consig. Inganni – Sem. Discordie – Falsari)
9° Cerchio – Traditori ( di parenti – politici – degli ospiti – dei benefattori)
Nel Corano l’entrata dell’Inferno viene stabilita nel territorio vicino a Gerusalemme. E’ costituito da una serie di ripiani o balze circolari e concentriche che scendono, riducendosi di diametro, verso il fondo.
Gli esegeti islamici interpretarono la descrizione coranica, molto difficile da comprendere, che dice letteralmente (XV, 44): Ha sette porte; a ogni porta starà un gruppo separato di essi (i dannati), proponendo una struttura conica, formata da una scalinata verticale che conduce a sette spianate orizzontali, organizzate come altrettante carceri destinate alle differenti categorie di peccatori.
I sette ripiani sono collocati, come nella struttura dantesca, uno sopra l’altro e scendendo aumenta progressivamente la temperatura.
Il Corano sceglie il numero 7 per suddividere i vari gironi infernali, rispettando la consolidata tradizione che prevede: i Cieli astronomici sono 7, e 7 sono le terre, 7 sono i mari e le porte dell’Inferno e quelle del Paradiso.
L’esclamazione “essere al settimo cielo” trova così una singolare spiegazione.
Con una piccola differenza rispetto allo schema sopracitato, Palacios così suddivide i gironi e le descrizioni dei peccatori dell’inferno coranico:
1° Ripiano Gehenna (quello più esterno) per i musulmani rei di peccato mortale
2° Ripiano Lazi (fuoco bruciante) per i cristiani
3° Ripiano Al-Hatma (fuoco divoratore) per gli ebrei
4° Ripiano Al-Sa ir (fuoco fiammante) per i sabei
5° Ripiano Saqar (fuoco ardente) per gli zoroastriani
6° Ripiano Al-Gahim (fuoco intenso) per i politeisti
7° Ripiano Al-Hawiya (Abisso) per gli ipocriti simulatori di fede.
Come si può notare la condanna dei peccatori riguarda solo aspetti dogmatici legati alla scelta religiosa dei presunti colpevoli.
In una futura analisi del Paradiso islamico vedremo che ogni Cielo è presieduto da un profeta di quelle stesse religioni condannate nell’Inferno. Una contraddizione che sembra inspiegabile.
Nel suo imponente volume, Palacios, descrive anche differenti topografie infernali legate alla tradizione araba, evidenziando come l’opera dantesca presenti una maggior “logica intrinseca”, una maggior complessità filosofica e morale. Tuttavia dovremo rilevare anche evidenti analogie relative alle pene e alle comuni circostanze che riguardano i castighi dei dannati.
Alcuni esempi:
“il Ripiano secondo (islam) è battuto da venti fortissimi e contrastanti, come il secondo Cerchio dantesco. Serpenti enormi divorano i reprobi del quinto Ripiano, come i ladri del quinto Cerchio di Dante. La ghiacciata regione dell’ultimo Ripiano coincide esattamente con la descrizione che caratterizza il Cerchio più profondo, nel quale pure Dante colloca Lucifero, che è l’Iblis o re dei Diavoli nell’escatologia islamica.”
La complessità e la corposità di “Dante e l’Islam” di Miguel Palacios ci costringe a descrivere con enorme approssimazione l’escatologia islamica, senza avere la possibilità di entrare nei dettagli.
Tuttavia, pur invitando il Lettore interessato ad approfondire l’argomento sui Testi della Tradizione, mi soffermerò su particolari che potrebbero suggerire ulteriori approfondimenti.
Le caratteristiche topografiche dei due Sistemi infernali presentano profonde analogie. In esse troviamo montagne, dirupi, fiumi, valli, fonti, stagni, mura, castelli, ponti, celle…ecc
Nel suo monumentale libro Futuhat, il Sufi Ibn Arabi, teologo mistico e poeta musulmano (1165-1240), ha consacrato numerosi capitoli alle descrizioni infernali rispettando i dettami del Corano, ma aggiungendo personali interpretazioni elle proprie visioni mistiche.
Ibn Arabi mantiene la suddivisione in 7 Ripiani, riservando ogni ripiano ad una precisa categoria di reprobi, la cui condanna fu dovuta ad un peccato specifico commesso con uno dei 7 organi del corpo: occhi, orecchi, lingua, mani, ventre, sesso e piedi.
Una suddivisione che, come dice Palacios, rispetta come quella dantesca un criterio generale etico e non dogmatico.
Diventa, per il sottoscritto, difficile comprendere il feroce disappunto suscitato ed esternato dalla critica dell’epoca dal testo “Dante e l’Islam”.
Parlare di plagio o di scarsa originalità del Sommo Poeta risulta essere ridicolo e privo di significato. Sembra ovvio che Dante fosse un poeta dalla immensa cultura, un poeta che frequentava salotti buoni, le grandi biblioteche e i più noti pensatori della sua epoca. Il suo maestro Brunetto Latini, uomo di straordinaria Cultura, possedeva molti testi arabi e, con ogni probabilità, è stato il collegamento tra le due differenti impostazioni escatologiche, araba e dantesca.
A nessuna persona di buon senso verrebbe in mente di criticare Dante per aver attinto dagli arabi modelli e strutture topografiche condivise e rappresentate da decine di testi tradizionali. Soffermarsi su questi particolari significherebbe perdere di vista il valore poetico, simbolico, morale e anagogico della sua Opera.
Il fatto che Dante abbia attinto ad una matrice di indiscusso valore culturale significa che Dante fosse colto e soprattutto curioso. Il suo capolavoro, che per molti versi rappresenta la vera Cultura italiana, ormai degradata e trascurata senza speranza, resterà per sempre una pietra miliare alla quale attingere, consapevolmente, senza provare il minimo senso di colpa.
Come abbiano potuto i critici del 1919 offendersi e indignarsi dalle rivelazioni esposte da Palacios, resta un mistero.
La pubblicazione de “L’Escatologia islamica nella Divina Commedia” avvenne cent’anni fa, alla vigilia dei festeggiamenti per il seicentesimo anniversario dalla morte di Dante (1921), ma tale coincidenza non giustifica minimamente la stupidità o peggio l’arroganza, di chi ha voluto offendere la Verità, in nome di un presunto e grottesco “campanilismo culturale”.
Maometto, un mistero irrisolto
Risulta molto difficile per gli studiosi esprimere un parere privo di qualche ragionevole dubbio, sui rapporti autentici che intercorsero tra Dante e la religione islamica.
Dante conosceva molto bene l’Islam, il suo Maestro Brunetto Latini, possedeva una biblioteca fornitissima, con numerose traduzioni di testi musulmani e rare opere provenienti da ogni parte del mondo. Diventa facile supporre che Dante le potesse consultare.
Nel suo Capolavoro, il Poeta, colloca alcuni esponenti della religione islamica nel Limbo e nell’Inferno.
Il Limbo, la cui esistenza, ricordiamo, non ha mai trovato una precisa conferma nella Teologia cristiana, venne definitivamente abolito nel 2007 da papa Benedetto XVI.
Dante pone il Limbo nel primo Cerchio dell’Inferno, complanare all’Antinferno, e separato da quest’ultimo dal fiume Acheronte.
E’ anche probabile che il Limbo sia stato, per il Poeta, uno strumento molto utile per offrire una collocazione di comodo, togliendosi da situazioni che avrebbero potuto creare un certo imbarazzo.
Tre personaggi islamici particolarmente significativi che vivono nel Limbo dantesco sono: Averroè, Avicenna e il Saladino.
La presenza di questi illustri personaggi nel Limbo appare misteriosa.
Averroè, il filosofo nato a Cordova nel 1126, scrisse un’opera su Aristotele che Dante stesso definisce un “gran comento”, sostenendo apertamente l’averroismo cristiano che si poneva in netto contrasto con il pensiero di Tommaso d’Aquino. Il più noto esponente dell’averroismo cristiano fu Sigieri di Brabante, considerato eretico ma posto da Dante in Paradiso.
L’oggetto del contendere tra averroisti e cristiani fu sostenere, dai primi, che fosse possibile vedere Dio anche da vivi, mentre per i cristiani e per l’aquinate questo non era assolutamente possibile.
Tutta la Divina Commedia assume quindi un colore averroista, così come averroista è il Libro della Scala, nel quale viene descritta la visione di Dio da parte di Maometto.
Altra presenza imbarazzante, o quantomeno misteriosa, è quella del Feroce Saladino, il più temuto avversario della cristianità e protagonista assoluto delle crociate che, forse, avrebbe dovuto meritare una collocazione meno generosa.
Il punto cruciale che ha creato non poche questioni, anche in tempi recenti, è la posizione di Maometto.
Il Profeta musulmano viene posto nel XXVIII Canto dell’Inferno:
Mentre che tutto in lui veder m’attacco, 28
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
Il Profeta viene accusato di scisma, avendo Egli, come allora si credeva, separato una parte dei fedeli cristiani convertendoli all’Islam. Per questo motivo viene descritto con il petto squarciato. Il contrappasso è evidente.
Come sostiene giustamente la dantista Maria Soresina, a qui tempi non era illogico porre Maometto all’Inferno, semmai incomprensibile il Saladino nel Limbo. Ora i tempi sono cambiati e la presenza di Maometto all’Inferno crea un comprensibile disagio.
Dante nei versi riferiti a Maometto e a suo genero Alì, fa compiere al Profeta islamico una autentica profezia post eventum:
Maometto dice a Dante di avvisare Fra Dolcino di armarsi di vivanda, cioè di fare scorta di provviste, per superare il blocco delle vie di comunicazione dovuto alla neve di un rigidissimo inverno che avrebbero potuto dare la vittoria al vescovo di Vercelli, cosa che infatti avvenne nel 1307 (l’Inferno fu scritto in quel periodo storico tra il 1307 e seguenti).
Per quale motivo, si chiedono alcuni, Maometto avrebbe dovuto far avvisare Fra Dolcino ? … Resta un mistero.
Uno studioso arabo, Fuad Kabazi, ipotizzò addirittura che non sia stato Dante a mettere Maometto all’inferno, bensì suo figlio Pietro. Pietro figlio di Dante e Gemma Donati, potrebbe aver compiuto una autentica sostituzione.
Lo studioso ipotizza che la sostituzione abbia interessato la figura di Gherardo Segarelli, predicatore e fondatore della setta degli Apostolici, che aveva tra i suoi seguaci proprio Fra Dolcino.
In altre parole, Fuad Kabazi, sostiene che Pietro Alighieri abbia volutamente contraffatto un frammento (terzina?) inserendo il nome di Maometto al posto di Segarelli.
Lo studioso ovviamente non propone un possibile testo alternativo a mano di Dante, si limita a sostituire il nome di Segarelli a quello di Maometto.
…Mentre che tutto in lui veder m’ attacco,.
guardommi, e con le man s’ aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’ io mi dilacco!.
vedi come storpiato e’ Gherardo Segarelli! (Maometto)
.Dinanzi a me sen va piangendo Ali’ ,…”.
Ovviamente nella proposta di Kabazi non c’è nessuna pretesa di rispetto della metrica o delle assonanze, la terzina indicata è di 15 sillabe e non fa certo rima con “petto”, questo dimostra solo l’aspetto ipotetico della proposta di Kabazi, senza offrirci alcuna accettabile alternativa vagamente proponibile.
A titolo d’esempio, o meglio di divertissement, avremmo potuto almeno prendere in considerazione qualcosa di più accettabile come:
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
Vedi Gherardo innanzi tuo cospetto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
Sebbene sia sempre pericoloso, se non ridicolo, scherzare con Dante si sarebbe reso necessario correggere anche il nome di Alì… ma forse le cose si sarebbero complicate oltre ogni accettabile misura. Resta quindi un’ipotesi che galleggia sul mare delle possibilità poco probabili, un mare procelloso e ricco di naufragi.
Proponiamo un’altra interessante osservazione di Maria Soresina pubblicata sul Web:
… Nel 1928 il prof. Luigi Valli pubblicò Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore. I «Fedeli d’Amore» erano i poeti del cosiddetto Dolce Stil Novo. Luigi Valli ha analizzato tutte le loro poesie e ha scoperto che usavano un linguaggio segreto. Tra le tante parole che Valli ha decodificato c’è anche «pietra», che significava nelle loro poesie la Chiesa di Pietro (cioè la Chiesa di Roma), la Chiesa che «impietra» come la Medusa.
Ora Malebolge, il cerchio in cui si trova Maometto, viene introdotto con queste parole:
Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno.
Malebolge è un luogo di «pietra». Quindi rappresenta la Chiesa. A confermarlo ci sono altre piccole cose: per esempio, la basilica di San Pietro viene nominata due sole volte in tutta la Commedia: entrambe in Inferno, entrambe in Malebolge.
E non è tutto: Dante dà due sole volte nel poema l’indicazione di una misura precisa, espressa in miglia. Entrambe riguardano Malebolge: della penultima bolgia, che, guarda caso, è proprio quella in cui c’è Maometto, dice che miglia ventidue la valle volge, e della successiva ch’ella volge undici miglia. Secondo i critici Dante voleva dire solamente che le bolge diventano più strette man mano che si scende e se dà delle dimensioni esatte è solo, affermano, «per un preciso senso di realismo descrittivo». No! La misura di «ventidue miglia» (quella della bolgia in cui c’è Maometto) ha un valore particolare, di cui i critici si guardano bene di parlare: ventidue miglia era, allora, la lunghezza delle mura della città di Roma, ovvero della sede della Chiesa. Lo riportano i documenti ufficiali dell’epoca, nei quali del «murus civitatis Romae» è detto: «In circuitu vero sunt miliaria XXII». Documenti che evidentemente Dante conosceva: evidentemente, perché altrimenti non avrebbe dato proprio questa misura e proprio qui.
A questo punto chi mai saranno i neri cherubini, come Dante chiama i diavoli che governano Malebolge? Sono gli uomini della Chiesa. Sono loro che «storpiano» Maometto.
Per concludere è possibile che Dante avesse a cuore l’Islam e tutta la cultura musulmana, sicuramente la collocazione di Maometto nell’Inferno lascia molto perplessi, come lascia perplessi quella di Farinata degli Uberti e di altri personaggi che condividevano col il Poeta posizioni non troppo ortodosse. A quei tempi si scherzava poco e le affermazioni che riguardavano altre confessioni religiose o altre posizioni politiche potevano creare serissimi problemi. Dante scrisse la Commedia dall’esilio con una condanna a morte che gli pendeva sul capo. Viene quindi da chiedersi se le collocazioni di molti personaggi nei tre ambienti dell’oltretomba siano da considerarsi in linea col pensiero di Dante o non siano invece frutto di compromessi politico-religiosi.
Viene anche da chiedersi se l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso danteschi siano in linea con l’ortodossia e la Teologia cristina… spesso la collocazione di alcuni personaggi crea forti dubbi.
Dante era coltissimo e non poteva sicuramente aver trascurato gli scritti arabi e l’escatologia di quei popoli. Il confronto tra le topografie dantesca e araba offre al lettore ampi spunti di approfondimento e la sensazione che la Conoscenza, o Canoscenza per dirla con il Poeta, sia un bene a cui tendere risulta essere un’ovvia conclusione.
Per chi volesse approfondire:
http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/dante-e-lislam/
http://www.ernandes.net/kabazi/tesi.htm